«La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche, potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione».
Con queste parole la Corte europea dei diritti dell’uomo sancisce il divieto di esporre il crocefisso nelle aule scolastiche. La sentenza è del 3 novembre scorso e ha segnato l’inizio in Italia di un dibattito pronto a durare a lungo.
La decisione è stata presa in seguito all’appello di una cittadina italiana di origine finlandese, Soile Lautsi Albertin, che dopo i rifiuti da parte dei tribunali italiani, ha deciso di fare ricorso presso la corte di Strasburgo.
Ma le conseguenze di questa decisione non si sono fatte attendere, anzi infiammano gli animi di tantissimi italiani, che si sono sentiti colpiti in una tradizione radicata come quella cristiana o nella loro propria fede. Non sembra tuttavia legittimo questo risentimento; anzi fa risaltare la legittimità e la giustezza della decisione europea.
Si, perché si può intendere il crocefisso o come puro simbolo di fede o con significato ‘culturale’, laddove comunque questo ‘culturale’ resta piuttosto vago. In entrambi i casi non ci sono ragioni per ammettere il crocefisso in aula. Se rappresenta una fede, è ciò che di più lontano può coniugarsi con un ente pubblico come la scuola, che dovrebbe avere un altissimo livello di laicità, proprio perché pubblico, laddove pubblico vuol dire di tutti, non dei soli cristiani.
D’altra parte molti italiani lo elogiano in quanto simbolo della cultura italiana. E a questo punto c’è da offendersi, perché la tradizione italiana è molto più ricca di quanto un crocefisso possa rappresentare. Certo la cristianità ne rappresenta alcuni contenuti, ma non tutti.
Basti pensare al fatto che il crocefisso è entrato nelle aule scolastiche solo nel 1859 con la Legge Casati e ne è stata legittimata la presenza ufficialmente solo sotto il fascismo, dunque in periodi storici in cui la linea di confine tra stato e chiesa era tutt’ altro che demarcata.
Ma oggi che l’Italia non è più un Paese confessionale, oggi che si grida alla laicità e soprattutto all’incontro di culture, l’ostentazione di questo simbolo religioso in ambienti pubblici appare realmente fuori luogo.
Il valore della tradizione o della fede per i credenti, va custodito in altro modo, nel profondo di se stessi, lasciando ai luoghi pubblici il loro ruolo d’incontro e di confronto. Anche perché il crocefisso non vuol dire Italia. L’Italia, si spera, è molto altro di più.
mercoledì 11 novembre 2009
venerdì 6 novembre 2009
La ‘personalizzazione’ della politica italiana

La nuova prospettiva politica introdotta in Italia da Berlusconi quindici anni fa sembra stia mostrando i suoi difetti proprio a lui.
Il Cavaliere si impose grazie a uno sfondo storico-sociale che stava cambiando. Di fronte allo sgretolarsi delle ideologie, sotto l’eco dello sgretolamento del muro di Berlino e, ancor più importante, di fronte a una politica svelata nella sua corruzione, Berlusconi era la novità.
Persa fiducia nel sistema basato sullo spirito e sull’unità di partito, la politica apriva le porte a nuove figure provenienti da ambienti diversi e sempre meno a politici di professione.
E Berlusconi è colui che ha reso possibile in Italia questa trasformazione. La grande novità però, non è consistita solo nel suo emergere da non-politico, quanto piuttosto nella sua abilità nel trasformare il politico in un personaggio. Una sorta di ‘personalizzazione’ della politica, un uomo di stato che non è più simbolo di un’ideologia, ma di un modo di vivere, di uno stile di vita.
Il Berlusconismo è stato, ed è tutt’ora purtroppo, un ideale di vita più sociale che politico. Il Cavaliere è diventato il simbolo dell’uomo che è riuscito a farcela, ad avere successo e donne, a fare soldi, certo anche rubando, ma ‘almeno ha rubato bene’. Ecco il politico non politico. Il contenuto abbandonato per la forma. La morale vinta dal compromesso.
Ed ecco però, inevitabilmente, la doppia lama di quest’arma. Infatti un cambiamento così radicale, reso possibile dallo sfruttamento magistrale dei mezzi d’informazione, porta con sé l’inevitabile conseguenza, per chi ne fa uso, di essere al centro dell’attenzione, sempre e comunque. E non solo come politico, come oratore o capo del governo, ma come uomo, come tipo sociale. Proprio Berlusconi non può quindi lamentarsi se il caso D’Addario diventa affare di stato o se su facebook nasce un gruppo che spera la sua morte. Non può lamentarsi perché proprio questa notorietà è stata la sua fortuna, ottenuta grazie a una sapiente combinazione tra personaggio pubblico e privato.
Eppure, anche di fronte alla profonda immoralità della sua vita privata, non penso che i suoi sostenitori cambino idea, perché non basteranno mai escort o voli di stato a minare la popolarità di colui che è un esempio da onorare per milioni di italiani.
È questa la grande amarezza in fondo. Non è vero che ‘non ci sono più ideali’, semplicemente sono cambiati. Ora è l’autoaffermazione di sé l’obiettivo da raggiungere, senza nessuna considerazione dell’altro ed è per questo che Berlusconi è ancora così tristemente attuale.
Il Cavaliere si impose grazie a uno sfondo storico-sociale che stava cambiando. Di fronte allo sgretolarsi delle ideologie, sotto l’eco dello sgretolamento del muro di Berlino e, ancor più importante, di fronte a una politica svelata nella sua corruzione, Berlusconi era la novità.
Persa fiducia nel sistema basato sullo spirito e sull’unità di partito, la politica apriva le porte a nuove figure provenienti da ambienti diversi e sempre meno a politici di professione.
E Berlusconi è colui che ha reso possibile in Italia questa trasformazione. La grande novità però, non è consistita solo nel suo emergere da non-politico, quanto piuttosto nella sua abilità nel trasformare il politico in un personaggio. Una sorta di ‘personalizzazione’ della politica, un uomo di stato che non è più simbolo di un’ideologia, ma di un modo di vivere, di uno stile di vita.
Il Berlusconismo è stato, ed è tutt’ora purtroppo, un ideale di vita più sociale che politico. Il Cavaliere è diventato il simbolo dell’uomo che è riuscito a farcela, ad avere successo e donne, a fare soldi, certo anche rubando, ma ‘almeno ha rubato bene’. Ecco il politico non politico. Il contenuto abbandonato per la forma. La morale vinta dal compromesso.
Ed ecco però, inevitabilmente, la doppia lama di quest’arma. Infatti un cambiamento così radicale, reso possibile dallo sfruttamento magistrale dei mezzi d’informazione, porta con sé l’inevitabile conseguenza, per chi ne fa uso, di essere al centro dell’attenzione, sempre e comunque. E non solo come politico, come oratore o capo del governo, ma come uomo, come tipo sociale. Proprio Berlusconi non può quindi lamentarsi se il caso D’Addario diventa affare di stato o se su facebook nasce un gruppo che spera la sua morte. Non può lamentarsi perché proprio questa notorietà è stata la sua fortuna, ottenuta grazie a una sapiente combinazione tra personaggio pubblico e privato.
Eppure, anche di fronte alla profonda immoralità della sua vita privata, non penso che i suoi sostenitori cambino idea, perché non basteranno mai escort o voli di stato a minare la popolarità di colui che è un esempio da onorare per milioni di italiani.
È questa la grande amarezza in fondo. Non è vero che ‘non ci sono più ideali’, semplicemente sono cambiati. Ora è l’autoaffermazione di sé l’obiettivo da raggiungere, senza nessuna considerazione dell’altro ed è per questo che Berlusconi è ancora così tristemente attuale.
mercoledì 14 ottobre 2009
Da Cento sonetti d'amore. XVII sonetto di Pablo Neruda
Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio o freccia di garofani che propagano il fuoco:t'amo come si amano certe cose oscure, segretamente, tra l'ombra e l'anima.
T'amo come la pianta che non fiorisce e reca dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori; grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T'amo senza sapere come, né quando, né da dove, t'amo direttamente senza problemi né orgoglio: così ti amo perché non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,così vicino che la tua mano sul mio petto è mia, così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,così vicino che la tua mano sul mio petto è mia, così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
Ecco di cosa parlo
martedì 13 ottobre 2009
La diversità in una foglia
Come al solito era dannatamente in ritardo. Gliel'avevano raccomandato. E' una conferenza importante Laura, dobbiamo avere l'esclusiva. Inizierà per le 15,00 ma tu cerca di essere lì un pò prima. E lei ce l'avrebbe anche fatta se Penny non avesse deciso di arrampicarsi sull'edera della sua vicina. E mentre correva tra le persone alzando il suo pass non poteva far altro che chiedersi perchè aveva scelto proprio un gatto come compagno di vita. Sarà che con gli uomini non aveva mai avuto un bel feeling. L'ultimo si era silenziosamente ritirato spegnendo il telefono.
Aveva ragione il capo, era davvero un meeting importante. Continuava ad arrivare gente nonostante fossero le tre e mezza passate. E Laura doveva inventarsi quella mezz'ora che aveva perso. L'aula era stracolma e un leggero brusio accompagnava le parole scandite dalla voce acuta della presentatrice. Finalmente sulla sua poltrona, l'unica vuota fra la stampa, Laura respirò profondamente e tirò fuori il block notes, suo inseparabile compagno di vita.
'Il progresso positivo' era il titolo dell'incontro ed era già pronta a sputare veleno contro quegli intellettuali borghesi, che inneggiavano a un progresso globale, a un'economia liberista come panacea dei mali del mondo. La presentatrice vestita di blu stava intramezzando due interventi. Sempre la solita euforia, la solita cadenza regolare e il tono deciso di chi è ottimista, perchè l'uomo ha il mondo nelle sue mani e, se vuole, può cambiarlo.
Quanti ne aveva sentiti di quei discorsi Laura. E più ne sentiva, più rimaneva convinta delle sue idee. Quante battaglie contro i mulini a vento, manifestazioni, articoli e quante notti insonni a cercare un dannato modo per risvegliare l'animo rivoluzionario delle persone. Tutto invano. I suoi articoli, carta bruciata. Eppure non se ne pentiva, lei che non si era piegata nonostante la tragica scoperta del valore del compromesso. Lei non c'era cascata, aveva tirato dritto e continuava a farlo.
Era la sua rigidità che l'aveva inchiodata a un giornale di provincia, ma lei ne andava fiera. Meglio essere sconosciuti che conosciuti per ipocrisia. Eppure ci sapeva fare, era convinta di essere brava. Brava, ma troppo polemica.
Intanto gli interventi si susseguivano e i fiorellini sull'angolo del block notes stavano circondando l'intera pagina.
Il mormorio si era placato. Qualcuno faceva la faccia attenta, qualche altro annuiva. I soliti leccaculo in prima fila.
Poi si alzò lui. Camicia chiara, cravatta a righe blu e rosse e giacca scura. Pure un fazzoletto nella tasca. Occhiali squadrati e capelli corti. Buonasera a tutti, grazie per essere intervenuti così numerosi. Era lui. Ma non poteva esserlo. L'aspetto era di un altro uomo. La cravatta anche. E una conferenza del genere. Non poteva essere lui. Eppure il suono della sua voce la rimandò a vent'anni prima. Era la stessa, ma proveniva da un altro uomo.
L'aveva sentita sussurare piano quella voce, in una tenda montata alla bell'e meglio. In mezzo a quattrocentomila persone. Era filtrata attraverso una barba non fatta, si era confusa al fumo. Era forte quella voce, decisa. E lui l'aveva usata per affascinarla. Per dire cose, per dire parole che a Laura erano apparse le uniche giuste in quel momento. Era una voce decisa, intelligente. Era una voce rivoluzionaria, che vibrava e superava anche le note del rock.
Woodstock. 1969. Io e lui. Il caldo del 16 agosto. I nostri sogni, la nostra forza. I nostri ideali. Nella mente di Laura circolavano questi pensieri, si susseguivano mentre lui continuava a parlare. Doveva ascoltarlo, doveva capire. E ogni frase strideva fortemente con quelle che lei ricordava, parola per parola.
Ora parlava di progresso, di libertà, dei danni operati dai sindacati, della povertà da sconfiggere con la libera iniziativa. Dei fallimenti di un'economia statalizzata e..
e fu in quel momento, alla parola 'oggiogiorno' che lui incrociò il suo sguardo, Gli occhi, quelli rimangono gli stessi e lei avvertì una leggera inclinazione nella sua voce, come se fosse stato scoperto, come se avesse scoperto di essere in pericolo.
Laura non reagì. Appuntò per filo e per segno ogni parola e andò via, trascinando la pesante borsa patchwork in cui teneva il suo materiale.
Poi si sedette su una panchina. E respirò profondamente. Cominciarono i perchè. Perchè lui era così cambiato? Perchè, soprattutto, lei non lo era? Cominciò a chiedersi perchè lei non era cambiata insieme al mondo. E si sentì vecchia, patetica.
Poi cadde una foglia, proprio accanto a lei. A dieci centimentri dal suo piede. E pensò che le foglie cadono sempre, continuano a cadere, poi ne nascono delle altre. Ma l'essere foglia non muore.
E capì che neanche le idee muoiono, Le idee possono sporcarsi, possono essere sfiorate, possono essere conservate di nascosto. Ma le idee non muoiono. E non muoiono perchè c'è qualcuno che le porta avanti, le urla e non si piega al tempo che cambia e cerca di investirti.
E fu felice, provò una felicità unica. Si alzò, prese la mela che aveva sempre con sè e guardò allontanarsi quella mercedes scura, con quegli occhi chiari dietro al finestrino, che si erano arresi al mondo.
Ma lei no, giurò che non si sarebbe arresa mai e corse subito a casa a scrivere il suo articolo.
Aveva ragione il capo, era davvero un meeting importante. Continuava ad arrivare gente nonostante fossero le tre e mezza passate. E Laura doveva inventarsi quella mezz'ora che aveva perso. L'aula era stracolma e un leggero brusio accompagnava le parole scandite dalla voce acuta della presentatrice. Finalmente sulla sua poltrona, l'unica vuota fra la stampa, Laura respirò profondamente e tirò fuori il block notes, suo inseparabile compagno di vita.
'Il progresso positivo' era il titolo dell'incontro ed era già pronta a sputare veleno contro quegli intellettuali borghesi, che inneggiavano a un progresso globale, a un'economia liberista come panacea dei mali del mondo. La presentatrice vestita di blu stava intramezzando due interventi. Sempre la solita euforia, la solita cadenza regolare e il tono deciso di chi è ottimista, perchè l'uomo ha il mondo nelle sue mani e, se vuole, può cambiarlo.
Quanti ne aveva sentiti di quei discorsi Laura. E più ne sentiva, più rimaneva convinta delle sue idee. Quante battaglie contro i mulini a vento, manifestazioni, articoli e quante notti insonni a cercare un dannato modo per risvegliare l'animo rivoluzionario delle persone. Tutto invano. I suoi articoli, carta bruciata. Eppure non se ne pentiva, lei che non si era piegata nonostante la tragica scoperta del valore del compromesso. Lei non c'era cascata, aveva tirato dritto e continuava a farlo.
Era la sua rigidità che l'aveva inchiodata a un giornale di provincia, ma lei ne andava fiera. Meglio essere sconosciuti che conosciuti per ipocrisia. Eppure ci sapeva fare, era convinta di essere brava. Brava, ma troppo polemica.
Intanto gli interventi si susseguivano e i fiorellini sull'angolo del block notes stavano circondando l'intera pagina.
Il mormorio si era placato. Qualcuno faceva la faccia attenta, qualche altro annuiva. I soliti leccaculo in prima fila.
Poi si alzò lui. Camicia chiara, cravatta a righe blu e rosse e giacca scura. Pure un fazzoletto nella tasca. Occhiali squadrati e capelli corti. Buonasera a tutti, grazie per essere intervenuti così numerosi. Era lui. Ma non poteva esserlo. L'aspetto era di un altro uomo. La cravatta anche. E una conferenza del genere. Non poteva essere lui. Eppure il suono della sua voce la rimandò a vent'anni prima. Era la stessa, ma proveniva da un altro uomo.
L'aveva sentita sussurare piano quella voce, in una tenda montata alla bell'e meglio. In mezzo a quattrocentomila persone. Era filtrata attraverso una barba non fatta, si era confusa al fumo. Era forte quella voce, decisa. E lui l'aveva usata per affascinarla. Per dire cose, per dire parole che a Laura erano apparse le uniche giuste in quel momento. Era una voce decisa, intelligente. Era una voce rivoluzionaria, che vibrava e superava anche le note del rock.
Woodstock. 1969. Io e lui. Il caldo del 16 agosto. I nostri sogni, la nostra forza. I nostri ideali. Nella mente di Laura circolavano questi pensieri, si susseguivano mentre lui continuava a parlare. Doveva ascoltarlo, doveva capire. E ogni frase strideva fortemente con quelle che lei ricordava, parola per parola.
Ora parlava di progresso, di libertà, dei danni operati dai sindacati, della povertà da sconfiggere con la libera iniziativa. Dei fallimenti di un'economia statalizzata e..
e fu in quel momento, alla parola 'oggiogiorno' che lui incrociò il suo sguardo, Gli occhi, quelli rimangono gli stessi e lei avvertì una leggera inclinazione nella sua voce, come se fosse stato scoperto, come se avesse scoperto di essere in pericolo.
Laura non reagì. Appuntò per filo e per segno ogni parola e andò via, trascinando la pesante borsa patchwork in cui teneva il suo materiale.
Poi si sedette su una panchina. E respirò profondamente. Cominciarono i perchè. Perchè lui era così cambiato? Perchè, soprattutto, lei non lo era? Cominciò a chiedersi perchè lei non era cambiata insieme al mondo. E si sentì vecchia, patetica.
Poi cadde una foglia, proprio accanto a lei. A dieci centimentri dal suo piede. E pensò che le foglie cadono sempre, continuano a cadere, poi ne nascono delle altre. Ma l'essere foglia non muore.
E capì che neanche le idee muoiono, Le idee possono sporcarsi, possono essere sfiorate, possono essere conservate di nascosto. Ma le idee non muoiono. E non muoiono perchè c'è qualcuno che le porta avanti, le urla e non si piega al tempo che cambia e cerca di investirti.
E fu felice, provò una felicità unica. Si alzò, prese la mela che aveva sempre con sè e guardò allontanarsi quella mercedes scura, con quegli occhi chiari dietro al finestrino, che si erano arresi al mondo.
Ma lei no, giurò che non si sarebbe arresa mai e corse subito a casa a scrivere il suo articolo.
Punti di vista
Fin da quando era piccolo amava stare alla finestra, di notte ad immaginare altri mondi. Guardava le stelle come fori in quel manto di velluto nero e aveva sempre sperato di poterlo un giorno esplorare.
Ora, a ventisei anni, era chiamato ad affrontarlo quel cielo. Dopo tanti studi, concorsi, sacrifici, era stato scelto per la missione più importante dell'anno. Un'esplorazione senza precedenti. Sentiva di essere spaventato all'idea di lasciare il suo mondo, le sue sicure abitudini per trascorrere un periodo lontano dalla sua famiglia. Eppure quello era il suo progetto di vita. Era stato scelto tra tutti i suoi compagni e non avrebbe mai potuto rinunciare a un'occasione del genere.
Ormai mancava solo una settimana al decollo e i preparativi erano sempre più frenetici e stancanti. Tutto era curato nel dettaglio e lui si sentiva preparato a sufficienza. Il cielo lo guardava sempre, negli intervalli di riposo che gli erano concessi tra una simulazione e l'altra...
Decise di scrivere una lettera, doveva lasciare una traccia evidente di sè prima di andare via. E la scrisse per la sua famiglia.
...Deve essere impossibile, per noi abituati a tutto questo, pensare che ci possa essere altro nell'universo, eppure io sento che qualcosa oltre deve esserci. Non possiamo avere la presunzione di pensare che il nostro sia l'unico pianeta con delle forme di vita. La verità è che non ho mai creduto fino in fondo di avere l'esclusiva. Il cielo è troppo grande per essere tutto per noi...Ho sempre tentato di immaginare altri mondi, altri esseri viventi, altri tipi di vita. E l'unico modo che ho trovato per far tacere i miei dubbi è stato prepararmi per questa missione. Ho deciso di mettere in gioco la mia vita per l'ideale in cui credo e l'unica cosa che mi fa stare male è pensare che in questo modo potrei sacrificare anche la vostra felicità. E' una missione pericolosa, questo lo so. Ma spero sappiate che lo faccio perchè ci credo profondamente..
Credo che lì fuori ci deve essere qualcosa..
Smise di scrivere e guardò il suo cielo.
Ora, a ventisei anni, era chiamato ad affrontarlo quel cielo. Dopo tanti studi, concorsi, sacrifici, era stato scelto per la missione più importante dell'anno. Un'esplorazione senza precedenti. Sentiva di essere spaventato all'idea di lasciare il suo mondo, le sue sicure abitudini per trascorrere un periodo lontano dalla sua famiglia. Eppure quello era il suo progetto di vita. Era stato scelto tra tutti i suoi compagni e non avrebbe mai potuto rinunciare a un'occasione del genere.
Ormai mancava solo una settimana al decollo e i preparativi erano sempre più frenetici e stancanti. Tutto era curato nel dettaglio e lui si sentiva preparato a sufficienza. Il cielo lo guardava sempre, negli intervalli di riposo che gli erano concessi tra una simulazione e l'altra...
Decise di scrivere una lettera, doveva lasciare una traccia evidente di sè prima di andare via. E la scrisse per la sua famiglia.
...Deve essere impossibile, per noi abituati a tutto questo, pensare che ci possa essere altro nell'universo, eppure io sento che qualcosa oltre deve esserci. Non possiamo avere la presunzione di pensare che il nostro sia l'unico pianeta con delle forme di vita. La verità è che non ho mai creduto fino in fondo di avere l'esclusiva. Il cielo è troppo grande per essere tutto per noi...Ho sempre tentato di immaginare altri mondi, altri esseri viventi, altri tipi di vita. E l'unico modo che ho trovato per far tacere i miei dubbi è stato prepararmi per questa missione. Ho deciso di mettere in gioco la mia vita per l'ideale in cui credo e l'unica cosa che mi fa stare male è pensare che in questo modo potrei sacrificare anche la vostra felicità. E' una missione pericolosa, questo lo so. Ma spero sappiate che lo faccio perchè ci credo profondamente..
Credo che lì fuori ci deve essere qualcosa..
Smise di scrivere e guardò il suo cielo.
'Una stanza tutta per sè'
Tutti abbiamo bisogno di uno spazio proprio, in cui sviluppare la nostra personalità. E anche io ho sentito questa necessità. Voglio creare un piccolo universo, accessibile a tutti, per raccogliere le diverse espressioni della mia personalità.
Sono una studentessa di filosofia, il mio nome è Claudia. Mi piace parlare e mi piace scrivere. Mi piace anche molto leggere. Adoro il mondo delle parole insomma.
Da qualche anno faccio l'animatrice per bambini. E questo mia aiuta a tenere salda la mia freschezza, di fronte alle tante delusioni che sto cominciando a incontrare nel mondo.
Ho un grande amore nella mia vita. E spero durerà per sempre. Si chiama Andrea ed è la mia ricchezza.
Ho una sorella più piccola di me e con un carattere diametralmente opposto al mio. Penso che le nostre rette,per quanto sembrino parallele, un giorno si incontreranno.
Ho un padre che stimo molto e penso che mia madre sia stata profondamente fortunata a incontrare un uomo così. Con mia madre ho un rapporto un pò conflittuale, ma più avanza il tempo e più mi rendo conto di essere per molti aspetti come lei.
Ho anche delle amiche, poche quelle vere. Ma la mia fiducia è dosata col contagoccie, cerco di reggermi sempre sulle mie gambe.
Ora basta parlare di me. Vorrei farmi scoprire in maniera indiretta.
Spero potrete trovare cose interessanti e spero di riuscire a far crescere giorno dopo giorno questo blog.
Sono una studentessa di filosofia, il mio nome è Claudia. Mi piace parlare e mi piace scrivere. Mi piace anche molto leggere. Adoro il mondo delle parole insomma.
Da qualche anno faccio l'animatrice per bambini. E questo mia aiuta a tenere salda la mia freschezza, di fronte alle tante delusioni che sto cominciando a incontrare nel mondo.
Ho un grande amore nella mia vita. E spero durerà per sempre. Si chiama Andrea ed è la mia ricchezza.
Ho una sorella più piccola di me e con un carattere diametralmente opposto al mio. Penso che le nostre rette,per quanto sembrino parallele, un giorno si incontreranno.
Ho un padre che stimo molto e penso che mia madre sia stata profondamente fortunata a incontrare un uomo così. Con mia madre ho un rapporto un pò conflittuale, ma più avanza il tempo e più mi rendo conto di essere per molti aspetti come lei.
Ho anche delle amiche, poche quelle vere. Ma la mia fiducia è dosata col contagoccie, cerco di reggermi sempre sulle mie gambe.
Ora basta parlare di me. Vorrei farmi scoprire in maniera indiretta.
Spero potrete trovare cose interessanti e spero di riuscire a far crescere giorno dopo giorno questo blog.
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