domenica 16 maggio 2010

Sogno metropolitano




Precisamente ogni mattina, precisamente alle 8.35, precisamente sulla Linea A, si gustava il suo spettacolo quotidiano. Da caso fortuito l’aveva fatto diventare un’abitudine e poi un rituale a cui ormai non poteva più rinunciare. Aveva coordinato l’inizio della sua giornata per non perdere quel momento. Tutto organizzato nei minimi dettagli, perché un ritardo di un minuto voleva dire non vederla per 48 ore.
La sveglia suonava alle 7.45 esatte. Aveva due minuti per stare nel letto, prima di alzarsi e fare la pipì. Per il caffè e la colazione aveva 13 minuti, poteva arrivare a 14 quando c’era da aprire la nuova confezione di caffè e travasarlo. Nella doccia poteva stare 8 minuti e per asciugare i capelli aveva 2 minuti. Si lavava i denti in 3 minuti, cronometrati. 5 minuti per vestirsi: a cosa mettersi ci pensava la sera prima. E alle 8.20 usciva di casa, scendeva le scale, girava l’angolo a destra. Percorreva i duecento metri che lo separavano dalla fermata della metro. Scendeva e aspettava il suo treno, quello delle 8.35.
Saliva sul terzo vagone. Uno, due tre. Porta di destra. Angolo di destra appoggiato al muro. E aspettava due fermate prima del miracolo. Le porte si aprivano e saliva il suo sogno. Chissà cosa avrebbe indossato? Quella settimana ancora non aveva mai messo le ballerine rosse. E infatti, eccole ai piedi. Aveva anche gli occhiali da vista quella mattina. Rossetto rosso e capelli legati. Si, perché il giorno prima erano sciolti e fluenti. Li avrebbe lavati quella sera.
Solita borsa di cuoio, poggiata tra le gambe dopo essersi seduta sul solito posto centrale. Erano 4 giorni che apriva Jane Eyre, la vedeva avanzare nella lettura.
Era un intimo spettacolo e gli sembrava fosse solo per lui. Fosse il suo premio per iniziare la giornata. Non voleva sapere nulla di lei, preferiva immaginarla. Le aveva dato un nome: Sofia. Se la immaginava insegnante in un asilo nido che si trovava accanto alla fermata dove ogni mattina lei scendeva. Aveva spesso borse colorate con tanti fogli dentro. Per lui erano i disegni dei suoi bambini.
Non l’aveva mai sentita parlare al telefono, in realtà non l’aveva mai vista con un telefono. Immaginava che non lo avesse.
Immaginava che lei non lo avrebbe notato mai, come fino ad allora era stato. Lui la guardava, ma non la fissava. Non appena lei faceva cenno di alzare gli occhi, lui li abbassava. Se per caso gli squillava il cellulare, non rispondeva. Lasciava continuare la vibrazione per non rompere quell’incantesimo.
Dopo tre fermate lei chiudeva il libro e si alzava, andando ad afferrare la maniglia accanto alla porta. Guardava sul vetro, persa nei suoi pensieri. Poi scendeva e andava verso destra, verso l’uscita. Il treno lo portava nella parte opposta, verso la sua destinazione e lui la seguiva con lo sguardo finchè poteva, finchè riusciva a scorgerla.
Solo allora poteva iniziare la sua giornata. Raggiungere il suo studio e iniziare a progettare.
Quella mattina, la mattina del 13 aprile, lei non si sedette. Rimase in piedi, eppure di posto ce n’era. Si mise di fronte a lui. Non aprì il libro. Si appoggiò alla parete. Guardava a terra, le sue scarpe. Quella mattina erano stivaletti neri. Aveva un cappello viola in testa, che le pendeva da un lato. Quando alzò gli occhi stava sorridendo. Lui pure le sorrise, senza parlare.
Lei non scese alla sua fermata. E neppure lui alla sua. Arrivarono al capolinea e scesero insieme, senza smettere di sorridere. La folla si disperse e rimasero fermi, l’uno di fronte all’altra.
Lei: Perché abbassavi lo sguardo quando lo alzavo io?
Lui: Perché non volevo essere scoperto
Lei: Ma è proprio così che ti sei fatto scoprire
Lui: Allora forse volevo essere scoperto
Lei: Mi chiamo Susanna
Lui: Non Sofia? No, scusami… nulla. Io Marco.
Lei: Sapevo che prima o poi avrei dovuto fare qualcosa
Lui: Non pensavo…
Lei: Lo so. Caffè?
Lui: caffè.

martedì 11 maggio 2010

Ipazia, che credeva nella filosofia





Alejandro Amenabar ha preso una vita e ne ha fatto un capolavoro. La vita è quella di Ipazia, filosofia alessandrina di fine IV secolo, personaggio eclettico e affascinante, che attraversa le vicende storiche con passo deciso.
La cornice è data dagli scontri violenti che hanno segnato Alessandria D’Egitto subito dopo L’Editto di Tessalonica emanato dall’Imperatore Teodosio I che rendeva il Cristianesimo religione ufficiale dell’Impero. La tradizione pagana veniva soppiantata con la violenza dalle nascenti sette cristiane, la più ortodossa delle quali è quella dei Parabolani.
In questo sfondo si muove con grazia la figura della protagonista, il cui fascino è reso ancora più eccezionale dalla sua reale esistenza storica. Nonostante non siano pervenuti suoi testi scritti, si sa che dedicò la sua vita allo studio, alla cultura, alla filosofia, all’insegnamento, in particolare dell’astronomia. Nel film questa ricchezza è ben testimoniata, così come la risolutezza di Ipazia nel non voler rinunciare alla libertà della propria ricerca, per piegarsi a un credo religioso, nonostante ciò le costi prima l’emarginazione e poi la morte.
La figura di Ipazia è bella. È bella perché non eccessivamente romanzata, né verso un’ideale di donna algida e ascetica, né verso l’ideale hollywoodiano dell’eroina rapita dalle passioni d’amore. Ipazia è semplice, nella sua intelligenza e nel suo coraggio, così come narrato anche da Socrate Scolastico in alcuni frammenti, ai quali probabilmente il regista ha fatto riferimento. Ed è proprio questa intelligenza, che l’ha fatta temere. Perché la coscienza libera di chi è in grado di mettere in crisi dogmi e leggi, non può far altro che spaventare coloro che queste leggi le detengono. La storia non è mai a lieto fine. Ipazia fu uccisa dai Parabolani. Fu colpita da pietre. Solo questo particolare Amenabar ci risparmia, porgendocelo con l’espediente di una scena emozionante a dir poco, proprio sul finire del film, laddove ormai ci si è innamorati di questa donna e di tutto ciò che la sua figura rapprendenta.
Infatti la bellezza di questo film e ciò che lo rende ancor più interessante, è l’attualità delle tematiche che, nonostante traslate su un piano di quasi duemila anni fa, non sembrano lontane dagli scontri ideologici tra scienza e religione che ancor oggi infiammano la società.
Dal punto di vista estetico nulla da eccepire. Ogni scena potrebbe essere un quadro e, ad uno sguardo più attento, non mancano metafore visive originali. Non aspettatevi scene d’amore strappalacrime, ma il fascino garbato e delicato di sguardi e gesti inaspettati. Aspettatevi scene violente, ma nulla che si discosti troppo dal reale, anzi la cruda realtà, senza abbellimenti o esagerazioni.
Aspettatevi un gran film, insomma. Forse il più bello degli ultimi anni. E una grande donna, che forse non è stata ancora scoperta a sufficienza e che, tanti secoli fa, ha avuto il coraggio di ribellarsi in nome dei propri ideali, in una società resa ancor più misogina dal culto cristiano nascente.
E mi viene da paragonarla ad una delle stelle alle quali ha dedicato la sua vita. Un lampo di luce deciso nel buio e la fermezza, la perfezione, l’essenzialità del punto.

mercoledì 5 maggio 2010

Il 25 Aprile: guerra civile o Liberazione?




A differenza della Francia o dell’Inghilterra, l’Italia non si è gloriata di una vera rivoluzione. È anche per questo che la data del 25 aprile dovrebbe assumere un forte significato. Eppure anche in questo caso il Paese risulta diviso dalle polemiche e dalle interpretazioni spesso antitetiche che sono state date a questa giornata.
L’idea di liberazione e di rivoluzione rispetto a uno stato dittatoriale e opprimente, è stata negli ultimi tempi abbandonata a favore di una visione più critica che pone l’accento sulle luci e le ombre della Resistenza, tanto da adottare il termine di “guerra civile”. Ma fino a che punto questo è vero? Se si intende la guerra civile semplicemente come scontro violento tra persone appartenenti allo stesso popolo, da un lato si può essere d’accordo, ma dall’altro si sacrifica la vera natura di questo scontro. Il vero nemico erano i Nazisti, i tedeschi che pretendevano il controllo di un territorio che non gli apparteneva di diritto. Per quanto riguarda la popolazione italiana, questa era divisa tra i Repubblichini che appoggiavano l’invasore tedesco, i partigiani che lo combattevano e la stragrande maggioranza degli italiani che osservava e attendeva la propria sorte, senza immischiarsi direttamente alla lotta di Liberazione.
Partendo da questo presupposto mi sento di escludere la definizione di “guerra civile”, troppo semplicistica e per un verso limitativa. Ciò non significa che non si debbano ricordare tutti gli italiani che sono morti in quella circostanza, indipendentemente dalla parte che avevano scelto. Le uccisioni e le stragi sono state il duro prezzo da pagare per la democrazia, ma non per questo sono giustificabili.
A posteriori però, da cittadina italiana che crede fortemente nella democrazia, non posso che inchinarmi di fronte a coloro che l’hanno resa possibile e, d’altra parte, condannare chi si è schierato dalla parte dell’autoritarismo e del nazismo.
Per questo ho festeggiato il 25 aprile, oggi festa Nazionale. Festa che dovrebbe unire tutti gli amanti della libertà, della giustizia sociale e della democrazia.

venerdì 9 aprile 2010

L'insostenibile leggerezza del... caso


Mi ha sempre affascinato l’idea che ciò che è la nostra vita oggi, deriva da una serie di fatti avvenuti in un determinato ordine. E per fatti non intendo grandi cose, ma piccoli dettagli che però cambiano tutto. Gli incontri che ci hanno cambiato la vita sono nati da circostanze determinate. Quelle e non altre. Perché se il semaforo fosse stato rosso e non ci fossimo dimenticati il telefono o magari avessimo comprato il pane in un forno o nell’altro o fossimo usciti 30 secondi dopo, beh quelle persone non le avremmo mai conosciute.
Non ho il sostegno di una fede nella predeterminazione, né credo in un disegno che si sta svolgendo. Ma è proprio la consapevolezza che c’è il caso dietro ogni azione, ciò che mi attrae maggiormente. Perché, paradossalmente, l’idea che ogni fatto rientri in un progetto, la riporta in un piano di logicità, di staticità e la rende comprensibile all’uomo. Al contrario il caso non può essere capito, perché non ha una logica intrinseca. Per questo l’uomo cerca di imbrigliare la casualità in oroscopi o destini vari, per tenere sotto controllo ciò che altrimenti non potrebbe. E sappiamo quanto ci da fastidio non sapere, non potere sapere. Ci da così fastidio che inventiamo soluzioni, razionalmente inaccettabili, solo per il gusto di far finta di avere coscienza.
Ad ogni modo, al prezioso contributo del caso mi ci ha fatto pensare Kundera ne: L’Insostenibile leggerezza dell’essere. Si chiede Kundera: gli incontri nascono da una serie di circostanze stupide, di poco conto. E la natura della loro origine li rende meno importanti? O al contrario è proprio perché nascono da circostanze fortuite che sono ancora più eccezionali?
Io opto per la seconda, tutta la vita. Se penso alla mia vita oggi, ad esempio, devo molto ad una fotocopiatrice. Ma questa è un’altra storia e non mi ci addentro, perché voglio prestare fede al mio proposito di non vomitare informazioni personali solo per il gusto di farlo.

domenica 28 marzo 2010

Ho visto Nina volare (Fabrizio De Andrè)


Mastica e sputa
da una parte il miele
mastica e sputa
dall'altra la cera

mastica e sputa
prima che metta neve
ho visto Nina volare
tra le corde dell'altalena

un giorno la prenderò
come fa il vento alla schiena
luce luce lontana
che si accende e si spegne

quale sarà la mano
che illumina le stelle
mastica e sputa
prima che venga neve

sabato 27 marzo 2010

I soldi sul comodino


Anche quella sera si preparò un bagno caldo. Ma prima fece una doccia fredda. Ogni sera prendeva la spugna, quella più dura che era riuscita a trovare, e cominciava a passarla sulla pelle. Con forza. Consumava flaconi di bagnoschiuma al latte, che le ricordavano di quando era bambina. Partiva dal collo e scendeva fino ai piedi. Voleva toglierselo tutto quell’odore maledetto. Grattava, tirava via la puzza di un altro, fino a scorticarsi.

Poi passava ai capelli. Quanto amava i suoi capelli. Neri, le ricadevano morbidi sulla schiena. Usava uno shampoo fruttato e li massaggiava dolcemente, per tornare a farli suoi.

Uscita dalla doccia non si asciugava. Entrava direttamente nella vasca. E rimaneva così. Certe volte sperava di morire lì. Non svegliarsi più, morire addormentata e profumata.

Invece si svegliava sempre e la sua vita era ancora là ad aspettarla. Si mostrava nei soldi poggiati sul comodino, affianco a quei fazzoletti sporchi.

Ci aveva pensato tante volte a smettere. Era famosa nel giro, rispettata. Dopo tanti anni cominciano a rispettarti, si diceva. E più ti rispettano gli altri meno ti rispetti tu. E pensare che all’inizio le piaceva anche. Quando aveva incontrato Moira non aveva nulla, solo i suoi sedici anni da orfana. Lei le aveva offerto una casa, vestiti, protezione. Tutto in cambio di qualche serata diversa, concessa ai “suoi amici”.
Era un mondo nuovo, a tratti si sentiva lusingata. Ma ora, dopo quindici anni passati su letti disfatti era solo stanca e sporca. Non sporca moralmente, no, no, sporca nella pelle. Più lavava il suo corpo e più lo trovava consumato, macchiato.

Ci aveva pensato sul serio a smettere. Non era facile uscire da quella vita e probabilmente non ne aveva voglia a sufficienza. Era il dopo a spaventarla.

Così dopo il bagno si vestiva per la notte. Cambiava le lenzuola, ogni sera. Per ogni uomo che passava. Per ogni vita che incrociava la sua. Per ogni corpo che prendeva il suo.

E nel profumo si addormentava, sognando una vita diversa, pulita.

E nel profumo si svegliava. Accanto, i soldi sul comodino.

domenica 28 febbraio 2010

INVICTUS



Dal profondo della notte che mi avvolge

buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,

ringrazio gli dei chiunque essi siano

per l'indomabile anima mia.


Nella feroce morsa delle circostanze

non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.

Sotto i colpi d’ascia della sorte

il mio capo è sanguinante, ma indomito.


Oltre questo luogo di collera e lacrime

incombe solo l’orrore delle ombre

eppure la minaccia degli anni

mi trova, e mi troverà, senza paura.


Non importa quanto sia stretta la porta,

quanto piena di castighi la vita.

Son Io il signore del mio destino.

Son Io il capitano dell'anima mia.

mercoledì 24 febbraio 2010

Schopenhauer e i baci perugina sull'ALTRO.


Ogni persona che passa nella nostra vita è unica, lascia un po’ di sé e prende un po’ di noi.

Mi è venuta in mente questa frase, non ricordo dove l’ho sentita. Ma oggi l’ho pensata. Poi ho provato a digitarla su google ed è comparsa in molte forme diverse, ma citata in tantissimi link.
Il bello di ciò che studio, la filosofia, è che mi sto accorgendo che mi spinge ad andare oltre l’evidenza delle cose, o meglio, ad analizzare le parole, le frasi. Quindi, se pur non mi concederà un posto confortevole nella società, sono sicura già da ora, che i miei studi non saranno trascorsi invano, anzi avranno arricchito la mia personalità. Perché, parlando in generale, ciò che studio sono visioni del mondo diverse. E proprio questa diversità io la considero una ricchezza.
Tornando alla frase, riflettendoci un po’ su, credo sia, nella sua essenzialità, profondamente vera. Dimostrazione che si può trovare qualche spunto utile anche in una frase stile “baci perugina”.
Voglio cercare di prescindere, in questa riflessione, da spunti autobiografici, anche se resto convinta che ogni parola scritta è frutto, anche indiretto o involontario di ciò che abbiamo vissuto.
Ad ogni modo, è vero che ogni persona è UNICA. Sembra un dettaglio scontato, eppure è così. E spesso pochi se ne ricordano, compresa me, oggi che la tendenza al qualunquismo e al generalismo è sempre più forte.
Ma quello che mi preme realmente sottolineare è l’importanza della seconda parte della frase. È un modo secco per dire che l’individuo si può realizzare solo a contatto con gli altri, aprendosi, dandosi, rinunciando almeno dal punto di vista emotivo, a quel solipsismo che invece lo incastra dal punto di vista gnoseologico. E qui torna attuale la lezione di Schopenhauer, poco capito forse e spesso liquidato con l’accusa di “pessimismo” senza via d’uscita.
A mio avviso, nell’ultima fase della sua vita, è riuscito a rivalutare la dimensione intersoggettiva, capendo che per vivere bisogna aprirsi, rinunciando alla propria sicurezza di individuo, per perdersi nella molteplicità.
E forse con uno sguardo azzardato, quella frase da “baci perugina” può farci capire questo: rischiare, abbandonarsi al corso degli eventi, incontrare persone, non aver paura di parlare, di comunicare, di ascoltare. Non aver paura di vivere gli altri, perché è solo tramite questa meravigliosa contaminazione umana che si vive realmente.

lunedì 22 febbraio 2010

Radiofreccia e dio.






Premessa: chi scrive è a-tea, cioè senza dio. È il mio blog, quindi ci scrivo liberamente ciò che penso. Ma amo la dialettica e il confronto, quindi critiche benvenute!






“Credo che non sia tutto qua, però prima di credere in qualcos'altro bisogna fare i conti con quello che c'è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio.”


In questa semplice frase, pronunciata alla svelta di fronte al microfono di una vecchia radio di provincia, Freccia ha racchiuso uno dei problemi più grandi dell’umanità. Per provare ad analizzare certi problemi, bisogna cambiare prospettiva e solo in questo modo si può assumere un atteggiamento critico rispetto a ciò che ci riguarda più da vicino, a ciò dentro cui siamo anche noi.
Per fare un esempio, siamo talmente abituati a vivere con l’ausilio dell’elettricità che non ci poniamo il problema di come sarebbe diversamente. Nello stesso modo siamo così immersi in una società impregnata di religione, nel nostro caso cattolica, da non pensare che ci sono visioni del mondo alternative.
Ho aperto con la frase di Radiofreccia perché fa comprendere quale ambiguo rapporto ci sia nella mente dell’uomo tra la realtà mondana e quella soprannaturale, potendola definire così. Tra il mondo, inteso come esperienza sensibile, e un ipotetico dio. È così fortemente radicata in noi l’idea di un mondo extrasensibile, ulteriore, finale, che siamo arrivati a definire poco ciò che abbiamo di fronte agli occhi, ciò che siamo realmente.
Freccia parte da questo presupposto: Credo che non sia tutto qua. E già da qui emerge da un lato il disincanto per il mondo in cui vive e dall’altro la speranza, spinta a credenza, che ci sia qualcosa di ulteriore, che quindi legittimi la pochezza di questo stesso mondo.
La spinta all’oltre d’inizio frase cade però di fronte all’esigenza di “fare i conti con quello che c’è qua”. Cioè a dire, potrebbe darsi che ci sia qualcosa oltre, voglio credere che sia così, ma non per questo posso dimenticare la mia vita reale, quella fatta di carne e sudore.
Ma il passo decisivo è a fine frase, quando Freccia, data un’occhiata al mondo e visto che non è abbastanza, “misà che crederà prima o poi in qualche dio”. È proprio questa la dimostrazione che in maniera circolare chiude il ragionamento. “Io so che devo fare i conti con quello che c’è qua, non posso dimenticarlo per un oltre che non vedo, eppure proprio il dolore di ciò che vedo, mi spinge a credere in qualcosa d’altro.”
Una sconfitta nella sconfitta. O meglio un ammettere la sconfitta, rispetto all’impossibilità di vivere la vita reale. Perché se la frase fosse finita senza quel “e allora mi sa…” sarebbe stata una vittoria. Credere, prima di tutto a quello che c’è davanti agli occhi, ogni dannato giorno.
Peccato che gli uomini e le donne, da millenni a questa parte, non hanno avuto il coraggio di guardare in faccia la realtà, abbandonandola o, peggio ancora, finalizzandola a un futuro immaginato grazie a fantomatiche allegorie di vari testi sacri. Rispetto a questa esigenza poi, c’è chi è riuscito nell’intento di trovare uno scopo ulteriore alla vita presente e accetta in quest’ottica con una serena rassegnazione ciò che gli succede, perché tassello di un ipotetico progetto più vasto. Ma c’è anche chi non ci riesce, si chiude in una fede per vivere quei momenti di conforto immaginario, fermo restando il ricadere poi nello sconforto più totale alla prima difficoltà.
Per i primi, beh, beati loro. Hanno trovato la felicità, certo in un mondo di cartone, ma sono felici. Felici nella rinuncia magari, nel sacrificio, ma soprattutto felici per la speranza che hanno. Per gli altri però non è così semplice, anzi, la fede spesso diventa un peso in più da sostenere, un problema da spiegarsi e non un conforto. E allora a che scopo?
Poi ci sono altre persone( e io mi sento tra queste) che non ci credono a “qualche dio”. Pur avendo vissuto in un mondo così fortemente religioso, non sono riuscite a creare una loro coscienza di fede. E come negli altri casi ci sono pro e contro. Come sarebbe bello, ad esempio, avere la certezza di rincontrare quelli che se ne sono andati per sempre. Avere la certezza che la bontà “viene sempre premiata” e che i cattivi prima o poi avranno ciò che spetta loro. Sarebbe rassicurante. D’altra parte però, chi non è imbrigliato in religioni confortanti, ha un mondo molto più ampio davanti a sé. Ne ha uno in meno certo, ma molto più ampio e pieno di sfumature. Non c’è il peccato, ma la propria coscienza. Non ci sono dogmi, ma ragionamenti. Non ci sono dei, ma la natura. Non c’è il demonio, ci sono le persone cattive. Non c’è chi ha la verità in tasca, ci sono tante verità, diverse e per questo dialetticamente costruttive. Non ci sono costrizioni contro natura, solo scelte e piacere.
Come ho premesso, chi scrive è un’atea. Una senza dio, che dio neanche lo cerca né lo vuole, perché non serve. E se mi sarò sbagliata, beh, lo scoprirò quando sarà troppo tardi per tornare a cancellare la mia vita vissuta a pieno. Meglio così.

mercoledì 10 febbraio 2010

La prima cosa bella. Virzì stupisce ancora.




“La prima cosa bella, che ho avuto dalla vita, è il tuo sorriso giovane, sei tu…” Cantava così Nicola Di Bari nel 1970, in un’Italia vecchia ma estremamente nuova. E’ questa l’Italia che ritroviamo nel film di Virzì, quarant’anni lontana da noi, e però così attuale. Forse la sensazione è data dall’alternarsi dei piani temporali, eppure lo stacco è sanato elegantemente dal filo delle emozioni, che non cambiano negli anni.

C’è una mamma “troppo importante” in questo film, Anna, interpretata da una straordinaria Stefania Sandrelli, intorno alla quale girano le vite dei suoi figli, Claudia Pandolfi e Valerio Mastrandrea. Tutto avviene a Livorno. Ma con ‘tutto’ non intendo una storia, perché questo film non narra una storia. Narra una vita.

La vita di una donna, che potrebbe essere la vita di ogni donna negli anni settanta. Una lacerazione profonda segna Anna, che tra obblighi sociali e ambiziose aspirazioni, riversa il suo profondo amore sui suoi figli. Per loro supera ogni difficoltà sempre con il sorriso e col suo carattere forte, ma esuberante. Però da una madre così si può uscire sconfitti, se non si scappa, non si corre lontano. Eppure la distanza non taglia i legami, che tornano prepotentemente nei momenti più difficili della vita.

“La prima cosa bella” non è un film triste. È un film reale. Perché è solo nella realtà che trovi il riso mescolato al pianto. E reali sono anche i protagonisti, reali persino nell’infanzia grazie a due straordinari piccoli interpreti.

Virzì si riconferma grande indagatore delle relazioni interpersonali, soprattutto familiari. Dopo aver narrato con disincantata ironia il dramma sociale di “Tutta la vita davanti”, torna a mostrarci un pezzo di vita. Un rapporto di maternità sospeso sul filo della storia italiana.
Nulla da aggiungere. Buona visione.