martedì 17 agosto 2010

"Per passare? Un fiorino..." Ecco la nuova proposta del Fasci-sindaco Alemanno


Oggi mi hanno dato del grillo parlante. E la cosa, devo dire, non mi dispiace.
Salto fuori e dico la mia.
Ed è proprio così che riapro il mio blog. Dopo più di un mese di assenza e silenzio, torno a dire la mia qui sopra.
Lo spunto me lo ha dato l'ultima trovata del Fasci-sindaco Alemanno. La sua nuova proposta, ancora una volta anticostituzionale, è quella di porre una tassa ai cortei.
Detto brutalmente: vuoi manifestare? Devi pagare per farlo. Non importa che tu sia associazione, sindacato o partito. Per occupare il suolo pubblico, non solo devi far richiesta, dare preavviso, ricevere il nullaosta. Da oggi, potresti addirittura dover pagare una tassa.
Il Fasci-sindaco ha giustificato la folle idea con l'osservazione che, per ogni manifestazione, il Comune è costretto a sborsare soldi per l'organizzazione, la sicurezza, le pulizie. Questo c'è dalla sua parte. Dalla parte di tutti gli altri, di tutti i cittadini che nella loro vita hanno partecipato, parteciperanno o seplicemente approveranno una manifestazione, c'è l'Art. 17 della Costituzione: "I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi".
E per quanto riguarda l'aspetto economico, che sembra interessare più di tutti Alemanno, si può obiettare che dovrebbe essere lo Stato, lo stesso Stato che vigila sulla libertà di manifestazione, a coprire le spese necessarie a garantire tale diritto.
Una proposta fuori dal mondo quella di Alemanno. O forse, una proposta che non fa che accodarsi alle altre numerose che in questi mesi stanno minando seriamente i fondamenti della nostra Repubblica.
Basta pensare alla famigerata "Legge bavaglio" che da un lato colpisce la stampa, dall'altro limita direttamente lo strumento prezioso delle intercettazioni.
In tutto ciò, io continuo ad aspettare qualche intervento della presunta opposizione. Non so, una manifestazione, ma anche un corteo, non penso di chiedere molto. Tutto questo, è ovvio, quando Bersani finirà di spalmarsi la crema solare.
Nel frattempo i fasci-sindaci e i ministri dell'In-giustizia, facciano pure il loro comodo, l'estate è lunga.

sabato 3 luglio 2010

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Il sole dietro la collina

Ci sono due tipi di dolore: il primo è quello che ci procurano gli altri, il secondo è quello che ci auto procuriamo. Nel primo caso per quanto forte sia il dolore, sarà sempre indipendente dalla nostra volontà, perciò meno intenso, perchè porta alla rassegnazione.
Il secondo dolore invece, essendo causato dalla nostra volontà, può diventare lacerante, perchè investe anche la parte più razionale e al contempo emozionale di noi: la facoltà di scelta. Siamo condannati a scegliere, diceva Sartre. E quando una scelta è troppo dolorosa da portare avanti, il nostro istinto di sopravvivenza ci dice che è sbagliata. Spesso però, per quanto una scelta sia lacerante, dolorosa, sofferta, ingiusta, è necessaria. E può essere necessaria per noi o per qualcun altro.
L'unica speranza che ci fa continuare a perseguire la nostra scelta, in questi casi, è quella di vederla trasformarsi in felicità, per noi e per gli altri.
Così come l'unica speranza che ci fa prendere medicine disgustose è il fatto che ci possano far stare bene.
Quindi, nel dolore atroce e nel limbo dell'insicurezza, mi aggrappo con tutte le mie forze a questa speranza.
Spero con tutta me stessa che dietro la collina ritrovi il sole, il mio sole però, l'unico che può scaldarmi e illuminare le mie giornate.
E se lo ritroverò il mio sole, se lo ritroverò in fondo al mio cuore, correrò verso di lui, a costo di essere persuasa dal suo fuoco.
La collina ora però va scalata. E ci vuole tanto coraggio e forza per non mollare la presa.

domenica 13 giugno 2010

The big Kahuna

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi, tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto.
E in un modo che non puoi immaginare adesso.

Quante possibilità avevi di fronte
e che aspetto magnifico avevi!

Non eri per niente grasso come ti sembrava.

Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica.

I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.

Fa’ una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!

Non essere crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.

Lavati i denti.

Non perdere tempo con l’invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro.
La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso.

Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente, dimmi come si fa…

Conserva tutte le vecchie lettere d’amore,
butta i vecchi estratti-conto.

Rilassati!

Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.

Prendi molto calcio.

Sii gentile con le tue ginocchia,
quando saranno partite ti mancheranno.

Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant’anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso,
ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse,
come quelle di chiunque altro.

Goditi il tuo corpo,
usalo in tutti i modi che puoi,
senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
E’ il più grande strumento che potrai mai avere.

Balla!
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.

Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza:
ti faranno solo sentire orrendo.

Cerca di conoscere i tuoi genitori,
non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli,
sono il miglior legame con il passato
e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.

Renditi conto che gli amici vanno e vengono,
ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita,
perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.

Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.

Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant’anni, sembreranno di un ottantacinquenne.

Sii cauto nell’accettare consigli,
ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia.
Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio,
ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte
e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio… per questa volta.

venerdì 4 giugno 2010

La Sig.na Immaginazione e la Sig.ra Ragione



All’Immaginazione non veniva mai dato il giusto peso. La Signora Ragione, sempre sicura e riverita, attraversava i secoli ponendosi come l’unico ideale possibile. E ogni qual volta l’Immaginazione si insinuava nella testa di qualcuno, era solo in quella dei bambini che si trovava a suo agio. Gli adulti, beh, la rifuggivano, perché avevano paura di non essere presi sul serio dagli altri, se beccati a fantasticare.
La Ragione invece, specchio obiettivo della realtà, era ricercata da tutti e non appena qualcuno se ne mostrava privo, incontrava i biasimi e le ire degli altri.
Immaginazione e Ragione, tra loro, non andavano così d’accordo, diciamolo pure. La prima, ingenua, istintiva, non si curava tanto del mondo, pronta a fornirne uno migliore a chiunque l’accogliesse in sé.
La seconda, orgogliosa e sicura di sé, non accettava di dividere i suoi meriti con la nemica, nonostante in cuor suo, sapesse quanto grande fosse l’apporto dell’Immaginazione alla sua esistenza.
Un giorno, la Signorina Immaginazione, stanca di essere scacciata e rifiutata da tutte le menti, fuorchè quelle dei bimbi, decise di rimanere solo con loro. I bambini di tutti i Paesi cominciarono a inventare storielle, fiabe, racconti. E più la loro Immaginazione diveniva grande, più cominciavano a risolvere problemi difficili.
D’altro canto, la Signora Ragione, senza la spinta dell’Immaginazione, non riusciva più a porsi come soluzione nelle menti delle persone. Gli uomini e le donne vagavano per le strade cercando di ragionare, ma non riuscivano a capire più nulla, persi nelle loro analisi razionali senza capo né coda.
La Ragione allora, capendo la gravità della situazione, corse a chiamare i bambini, che con la loro Immaginazione inventarono una fiaba per spiegare ai grandi l’importanza di questa dote.
Fu così che nacque questa storia.
Da quel momento Ragione e Immaginazione non si divisero mai più, avendo capito che solo unite sono vincenti.
Infatti è solo grazie all’Immaginazione che nascono le grandi idee.
Ed è solo con la Ragione che possono essere portate avanti.

mercoledì 2 giugno 2010

Il mare catarsi


Scese dalla navetta che l’aveva portata al mare. Attraversò la ghiaia con passi decisi. Con sé, solo una borsa di paglia colma di pagine.
Le famiglie che tornavano dal mare salivano sulla navetta. Lei faceva il contrario. Il mare lo raggiungeva in quel momento, sul calar del sole. Si addentrò nella pineta e, viaggiando tra i pensieri, percorse una stradina stretta. Si sentiva vuota, come una scatola che avanzava tra gli alberi per inerzia.
Giunse alla passerella che portava alla spiaggia. Si tolse i sandali e scese attraverso una duna. La spiaggia era segnata dai passi di chi era appena passato, segnata da vite sconosciute che avevano condiviso un pezzo di mondo.
Camminava lentamente, verso la riva. Si fermò solo quando l’acqua le bagnò i piedi.
Poi un gesto veloce, ma meticoloso.
La borsa a terra. Vuota. I fogli in mare, uno ad uno.
A quel punto si accovacciò, le ginocchia davanti al viso, le mani intorno alle ginocchia, il mento poggiato.
Guardò i fogli scorrere via, qualcuno indugiando, qualche altro veloce.
E pianse. Pianse dapprima piano, sibilando. Poi sempre più forte, stringendo i denti. A singhiozzi. Urlava quasi, le lacrime ormai le avevano bagnato completamente il viso.
Se le portò via il mare quelle lacrime, una ad una. Le prese in sé togliendole dai suoi occhi, come aveva preso quelle righe scritte su fogli ormai ingialliti dal tempo.
Solo il mare sapeva di lei. Solo il mare sapeva il suo segreto.
Il mare confidente. Il mare catarsi.

domenica 16 maggio 2010

Sogno metropolitano




Precisamente ogni mattina, precisamente alle 8.35, precisamente sulla Linea A, si gustava il suo spettacolo quotidiano. Da caso fortuito l’aveva fatto diventare un’abitudine e poi un rituale a cui ormai non poteva più rinunciare. Aveva coordinato l’inizio della sua giornata per non perdere quel momento. Tutto organizzato nei minimi dettagli, perché un ritardo di un minuto voleva dire non vederla per 48 ore.
La sveglia suonava alle 7.45 esatte. Aveva due minuti per stare nel letto, prima di alzarsi e fare la pipì. Per il caffè e la colazione aveva 13 minuti, poteva arrivare a 14 quando c’era da aprire la nuova confezione di caffè e travasarlo. Nella doccia poteva stare 8 minuti e per asciugare i capelli aveva 2 minuti. Si lavava i denti in 3 minuti, cronometrati. 5 minuti per vestirsi: a cosa mettersi ci pensava la sera prima. E alle 8.20 usciva di casa, scendeva le scale, girava l’angolo a destra. Percorreva i duecento metri che lo separavano dalla fermata della metro. Scendeva e aspettava il suo treno, quello delle 8.35.
Saliva sul terzo vagone. Uno, due tre. Porta di destra. Angolo di destra appoggiato al muro. E aspettava due fermate prima del miracolo. Le porte si aprivano e saliva il suo sogno. Chissà cosa avrebbe indossato? Quella settimana ancora non aveva mai messo le ballerine rosse. E infatti, eccole ai piedi. Aveva anche gli occhiali da vista quella mattina. Rossetto rosso e capelli legati. Si, perché il giorno prima erano sciolti e fluenti. Li avrebbe lavati quella sera.
Solita borsa di cuoio, poggiata tra le gambe dopo essersi seduta sul solito posto centrale. Erano 4 giorni che apriva Jane Eyre, la vedeva avanzare nella lettura.
Era un intimo spettacolo e gli sembrava fosse solo per lui. Fosse il suo premio per iniziare la giornata. Non voleva sapere nulla di lei, preferiva immaginarla. Le aveva dato un nome: Sofia. Se la immaginava insegnante in un asilo nido che si trovava accanto alla fermata dove ogni mattina lei scendeva. Aveva spesso borse colorate con tanti fogli dentro. Per lui erano i disegni dei suoi bambini.
Non l’aveva mai sentita parlare al telefono, in realtà non l’aveva mai vista con un telefono. Immaginava che non lo avesse.
Immaginava che lei non lo avrebbe notato mai, come fino ad allora era stato. Lui la guardava, ma non la fissava. Non appena lei faceva cenno di alzare gli occhi, lui li abbassava. Se per caso gli squillava il cellulare, non rispondeva. Lasciava continuare la vibrazione per non rompere quell’incantesimo.
Dopo tre fermate lei chiudeva il libro e si alzava, andando ad afferrare la maniglia accanto alla porta. Guardava sul vetro, persa nei suoi pensieri. Poi scendeva e andava verso destra, verso l’uscita. Il treno lo portava nella parte opposta, verso la sua destinazione e lui la seguiva con lo sguardo finchè poteva, finchè riusciva a scorgerla.
Solo allora poteva iniziare la sua giornata. Raggiungere il suo studio e iniziare a progettare.
Quella mattina, la mattina del 13 aprile, lei non si sedette. Rimase in piedi, eppure di posto ce n’era. Si mise di fronte a lui. Non aprì il libro. Si appoggiò alla parete. Guardava a terra, le sue scarpe. Quella mattina erano stivaletti neri. Aveva un cappello viola in testa, che le pendeva da un lato. Quando alzò gli occhi stava sorridendo. Lui pure le sorrise, senza parlare.
Lei non scese alla sua fermata. E neppure lui alla sua. Arrivarono al capolinea e scesero insieme, senza smettere di sorridere. La folla si disperse e rimasero fermi, l’uno di fronte all’altra.
Lei: Perché abbassavi lo sguardo quando lo alzavo io?
Lui: Perché non volevo essere scoperto
Lei: Ma è proprio così che ti sei fatto scoprire
Lui: Allora forse volevo essere scoperto
Lei: Mi chiamo Susanna
Lui: Non Sofia? No, scusami… nulla. Io Marco.
Lei: Sapevo che prima o poi avrei dovuto fare qualcosa
Lui: Non pensavo…
Lei: Lo so. Caffè?
Lui: caffè.

martedì 11 maggio 2010

Ipazia, che credeva nella filosofia





Alejandro Amenabar ha preso una vita e ne ha fatto un capolavoro. La vita è quella di Ipazia, filosofia alessandrina di fine IV secolo, personaggio eclettico e affascinante, che attraversa le vicende storiche con passo deciso.
La cornice è data dagli scontri violenti che hanno segnato Alessandria D’Egitto subito dopo L’Editto di Tessalonica emanato dall’Imperatore Teodosio I che rendeva il Cristianesimo religione ufficiale dell’Impero. La tradizione pagana veniva soppiantata con la violenza dalle nascenti sette cristiane, la più ortodossa delle quali è quella dei Parabolani.
In questo sfondo si muove con grazia la figura della protagonista, il cui fascino è reso ancora più eccezionale dalla sua reale esistenza storica. Nonostante non siano pervenuti suoi testi scritti, si sa che dedicò la sua vita allo studio, alla cultura, alla filosofia, all’insegnamento, in particolare dell’astronomia. Nel film questa ricchezza è ben testimoniata, così come la risolutezza di Ipazia nel non voler rinunciare alla libertà della propria ricerca, per piegarsi a un credo religioso, nonostante ciò le costi prima l’emarginazione e poi la morte.
La figura di Ipazia è bella. È bella perché non eccessivamente romanzata, né verso un’ideale di donna algida e ascetica, né verso l’ideale hollywoodiano dell’eroina rapita dalle passioni d’amore. Ipazia è semplice, nella sua intelligenza e nel suo coraggio, così come narrato anche da Socrate Scolastico in alcuni frammenti, ai quali probabilmente il regista ha fatto riferimento. Ed è proprio questa intelligenza, che l’ha fatta temere. Perché la coscienza libera di chi è in grado di mettere in crisi dogmi e leggi, non può far altro che spaventare coloro che queste leggi le detengono. La storia non è mai a lieto fine. Ipazia fu uccisa dai Parabolani. Fu colpita da pietre. Solo questo particolare Amenabar ci risparmia, porgendocelo con l’espediente di una scena emozionante a dir poco, proprio sul finire del film, laddove ormai ci si è innamorati di questa donna e di tutto ciò che la sua figura rapprendenta.
Infatti la bellezza di questo film e ciò che lo rende ancor più interessante, è l’attualità delle tematiche che, nonostante traslate su un piano di quasi duemila anni fa, non sembrano lontane dagli scontri ideologici tra scienza e religione che ancor oggi infiammano la società.
Dal punto di vista estetico nulla da eccepire. Ogni scena potrebbe essere un quadro e, ad uno sguardo più attento, non mancano metafore visive originali. Non aspettatevi scene d’amore strappalacrime, ma il fascino garbato e delicato di sguardi e gesti inaspettati. Aspettatevi scene violente, ma nulla che si discosti troppo dal reale, anzi la cruda realtà, senza abbellimenti o esagerazioni.
Aspettatevi un gran film, insomma. Forse il più bello degli ultimi anni. E una grande donna, che forse non è stata ancora scoperta a sufficienza e che, tanti secoli fa, ha avuto il coraggio di ribellarsi in nome dei propri ideali, in una società resa ancor più misogina dal culto cristiano nascente.
E mi viene da paragonarla ad una delle stelle alle quali ha dedicato la sua vita. Un lampo di luce deciso nel buio e la fermezza, la perfezione, l’essenzialità del punto.

mercoledì 5 maggio 2010

Il 25 Aprile: guerra civile o Liberazione?




A differenza della Francia o dell’Inghilterra, l’Italia non si è gloriata di una vera rivoluzione. È anche per questo che la data del 25 aprile dovrebbe assumere un forte significato. Eppure anche in questo caso il Paese risulta diviso dalle polemiche e dalle interpretazioni spesso antitetiche che sono state date a questa giornata.
L’idea di liberazione e di rivoluzione rispetto a uno stato dittatoriale e opprimente, è stata negli ultimi tempi abbandonata a favore di una visione più critica che pone l’accento sulle luci e le ombre della Resistenza, tanto da adottare il termine di “guerra civile”. Ma fino a che punto questo è vero? Se si intende la guerra civile semplicemente come scontro violento tra persone appartenenti allo stesso popolo, da un lato si può essere d’accordo, ma dall’altro si sacrifica la vera natura di questo scontro. Il vero nemico erano i Nazisti, i tedeschi che pretendevano il controllo di un territorio che non gli apparteneva di diritto. Per quanto riguarda la popolazione italiana, questa era divisa tra i Repubblichini che appoggiavano l’invasore tedesco, i partigiani che lo combattevano e la stragrande maggioranza degli italiani che osservava e attendeva la propria sorte, senza immischiarsi direttamente alla lotta di Liberazione.
Partendo da questo presupposto mi sento di escludere la definizione di “guerra civile”, troppo semplicistica e per un verso limitativa. Ciò non significa che non si debbano ricordare tutti gli italiani che sono morti in quella circostanza, indipendentemente dalla parte che avevano scelto. Le uccisioni e le stragi sono state il duro prezzo da pagare per la democrazia, ma non per questo sono giustificabili.
A posteriori però, da cittadina italiana che crede fortemente nella democrazia, non posso che inchinarmi di fronte a coloro che l’hanno resa possibile e, d’altra parte, condannare chi si è schierato dalla parte dell’autoritarismo e del nazismo.
Per questo ho festeggiato il 25 aprile, oggi festa Nazionale. Festa che dovrebbe unire tutti gli amanti della libertà, della giustizia sociale e della democrazia.

venerdì 9 aprile 2010

L'insostenibile leggerezza del... caso


Mi ha sempre affascinato l’idea che ciò che è la nostra vita oggi, deriva da una serie di fatti avvenuti in un determinato ordine. E per fatti non intendo grandi cose, ma piccoli dettagli che però cambiano tutto. Gli incontri che ci hanno cambiato la vita sono nati da circostanze determinate. Quelle e non altre. Perché se il semaforo fosse stato rosso e non ci fossimo dimenticati il telefono o magari avessimo comprato il pane in un forno o nell’altro o fossimo usciti 30 secondi dopo, beh quelle persone non le avremmo mai conosciute.
Non ho il sostegno di una fede nella predeterminazione, né credo in un disegno che si sta svolgendo. Ma è proprio la consapevolezza che c’è il caso dietro ogni azione, ciò che mi attrae maggiormente. Perché, paradossalmente, l’idea che ogni fatto rientri in un progetto, la riporta in un piano di logicità, di staticità e la rende comprensibile all’uomo. Al contrario il caso non può essere capito, perché non ha una logica intrinseca. Per questo l’uomo cerca di imbrigliare la casualità in oroscopi o destini vari, per tenere sotto controllo ciò che altrimenti non potrebbe. E sappiamo quanto ci da fastidio non sapere, non potere sapere. Ci da così fastidio che inventiamo soluzioni, razionalmente inaccettabili, solo per il gusto di far finta di avere coscienza.
Ad ogni modo, al prezioso contributo del caso mi ci ha fatto pensare Kundera ne: L’Insostenibile leggerezza dell’essere. Si chiede Kundera: gli incontri nascono da una serie di circostanze stupide, di poco conto. E la natura della loro origine li rende meno importanti? O al contrario è proprio perché nascono da circostanze fortuite che sono ancora più eccezionali?
Io opto per la seconda, tutta la vita. Se penso alla mia vita oggi, ad esempio, devo molto ad una fotocopiatrice. Ma questa è un’altra storia e non mi ci addentro, perché voglio prestare fede al mio proposito di non vomitare informazioni personali solo per il gusto di farlo.