mercoledì 3 novembre 2010

Al peggio non c'è mai fine



Mi chiedevo, qualche riga fa, cosa servisse ancora. Non ho fatto in tempo a darmi risposta, perché ci ha pensato il “nostro” Presidente-vergogna. Ha pensato bene di togliersi dall’imbarazzo, sprofondandoci ancora di più. “Meglio guardare le belle ragazze che essere gay”. Quando l’ho letto non volevo crederci, ho dovuto sentirlo e guardarlo con i miei occhi. Ha detto proprio così. E allora penso che al peggio non c’è mai fine, se il Capo del Governo, che trasforma una sede pubblica in un ritrovo orgiastico e fa passare nepotismi come atti di solidarietà, legittima le sue azioni con battute omofobe. Sale su un piedistallo, con la sua faccia di bronzo e davanti al microfono sputa in faccia a mezza Italia. Sì perché con una battuta del genere, che tutto fa tranne che ridere, sputa in faccia in primis a chi ha un orientamento sessuale diverso dal suo, poi a tutte le “belle ragazze” che si diverte a guardare, come oggettistica d’ornamento per le sue stanze da imperatore pervertito e poi a chi non è soddisfatto del proprio Paese e crede ancora, ingenuo, che i politici dovrebbero fare qualcosa per cambiarlo, invece di passare le notti in festini e baccanali.
Ora vorrei fare una cosa. Andare casa per casa da tutti quei nostri colleghi elettori che hanno permesso questo scempio. E chiedere loro cosa ne pensano. Mi parleranno del fatto che non c’è un’alternativa, che la sinistra sopravvive in pochi rari esemplari, come Nichi Vendola, arroccato come una stella alpina sul pendio in tempesta. Mi parleranno da qualunquisti: “Sono tutti uguali, non ti credere…”. Mi parleranno di montature e finzioni. Mi diranno che “almeno lui qualcosa l’ha fatto”. E io rimarrò in silenzio, impietrita sui loro usci, paralizzata dal rancore e dalla disillusione. Chiuderanno le porte e torneranno alle loro vite, così come stasera il Pres-vergogna tornerà nella sua villa, chiuderà le porte e, portafoglio alla mano, si barcamenerà in qualche patetica lezione orale. E non mi riferisco ai soliti discorsi stavolta.

lunedì 1 novembre 2010

Un Premier-vergogna e un Paese che non s'indigna



Cosa serve ancora? Per scatenare l’indignazione e la vergogna non basta neanche
questo? Tra nepotismo, sessismo, bugie e gossip nazionale, quante altre Ruby, D’Addario, Noemi serviranno? La nostra più alta figura governativa dopo il Presidente Napolitano è un uomo che si barcamena tra festini notturni in luoghi istituzionali, telefonate salva-finte-parenti di capi di Stato e, nel mezzo, qualche rassicurazione ai ribelli campani, sommersi dai rifiuti.
Il problema, tuttavia, non è questo. Questo è solo un aspetto. L’aspetto di un Paese malato, lo stesso Paese che fino alla scorsa settimana passava le giornate a domandarsi come sarebbe finita la mini-fiction sulla povera Sarah. È un Paese che non si ribella, che anzi appoggia un’etica della corruzione, del favoritismo, del “io ti do il posto, tu che mi dai”. E quanto è difficile, ogni mattina, svegliarsi e affrontare una giornata di lavoro, di studio, con questi presupposti, con questa sfiducia nella propria Nazione.
È finito il tempo del Patriottismo, ed è meglio così. Ma non c’è più interesse nemmeno nel salvaguardare, un minimo, l’immagine di noi Italiani nel mondo. Si, perché il nostro Presidente del Consiglio dovrebbe essere il nostro primo rappresentante. E, scusate, ma non mi sento rappresentata nemmeno un po’ quando se ne va in giro per il mondo a snocciolare barzellette al limite dell’offensivo.
Beh, il peggio è che dovremo arrenderci, tutti noi giovani che crediamo nel lavoro, nello studio, nei sacrifici, nel rispetto del proprio corpo e della propria persona. Dovremo arrenderci al sistema, o rinunciare ed emigrare. E questo, sia ben chiaro, non per colpa del nostro Signor B. Ma per colpa di un Paese che si è già arreso e non s’indigna più, non si ribella, per quante Ruby, D’Addario, Noemi possano scoprirsi domani.

domenica 31 ottobre 2010

Facebook: un mondo alternativo.



Non è una novità del nostro secolo, né del nostro decennio, l’ambizione dell’uomo ad andare oltre la realtà quotidiana, sovrapponendone una immaginaria o fondata su categorie alternative. Il fenomeno religioso è l’esempio per eccellenza di come sia necessità di ogni uomo quella di inquadrarsi in un sistema ulteriore, in un progetto, in un disegno, in una realtà immaginata diversa rispetto a quella che si vive effettivamente. Calando il discorso nella nostra società, questa tendenza si evidenzia, ad esempio, nell’adesione a mode o costumi diffusi ormai su scala globale. L’ambizione di inserirsi in sistemi basati su categorie alternative e condivise, si concretizza nell’adesione del singolo ai vari reticoli che oggi compongono l’immaginario della società.
E quando sento parlare di fenomeni di impatto globale, in questo caso facebook, non posso che spiegarne il successo in questo modo. Non è sufficiente, a mio avviso, soffermarsi sull’utilità primaria della rete Fb, cioè quella di “Connettersi e rimanere in contatto con le persone della propria vita”, come detta lo slogan della homepage. Certo, questo della comunicazione rapida, gratuita, che vince spazio e tempo, è un grande pregio della rete Fb. Ma non è una sua prerogativa. Da anni il web è tempestato di chatrooms, forum e programmi da scaricare facilmente per “rimanere in contatto” con altri utenti. Primo fra tutti Messenger, chat arricchita da una selezione preventiva dei contatti e varie opzioni per rendere più stimolante la conversazione.
Facebook quindi, se si limitasse a questo, sarebbe un fenomeno comune, nulla di nuovo. In realtà, secondo me, la forza di questo Social Network sta tutta nell’aver saputo risvegliare la tendenza comune delle persone a inserirsi in un contesto diverso dalla realtà solita, quotidiana. Nello specifico, Facebook è proprio la concretizzazione del sogno di un mondo parallelo, legato certo al quotidiano, ma svincolato il tanto che basta per farci rapportare con gli altri in maniera “pensata”. Cioè a dire, nella mia vita reale non posso scegliere come mostrarmi, o magari posso agire limitatamente per costruire l’immagine che gli altri si fanno di me, mentre su Facebook ho questa potenzialità. Ho la mia finestra sul mondo che mi permette di aggiungere, togliere, migliorare, radicalizzare aspetti di me proponendo quindi agli altri un “ME SCELTO”, non più spontaneo.
Si potrebbe ribattere che, in ogni caso, sia nella rete, che nella vita quotidiana, si è sempre artefici della propria impressione sugli altri. La differenza, secondo me, sta nel circolo vizioso che si viene a creare laddove posso scegliere, ponderatamente, COSA mostrare di me agli altri, COME mostrarlo, consapevole di come può essere percepito. Mentre nella vita di tutti i giorni è molto più difficile, se non impossibile. L’uno è un meccanismo statico quasi, di scrittura, lettura e ricezione. L’altro è un meccanismo dinamico, che coinvolge un’infinità di altri fattori e non può in questo modo essere controllato a priori.
Insomma, il successo di Fb, per quello che mi riguarda, sta tutto nell’aver saputo offrire un mondo alternativo rispetto a quello reale, con AMICI, GUSTI, IMMAGINI che si possono scegliere a tavolino. E proprio in questa misura mi sento di rigettarlo, non nella veste di mezzo di comunicazione, ma come vetrina alternativa alla vita reale.

venerdì 29 ottobre 2010

Lasciati



Nel greto della nostra intimità
a volte le parole si prosciugano
e il fiato non ha via d'uscita
momenti che si perdono così
un libro aperto quando viene il buio e noi
colpevoli di troppo aridità

lasciati guardare un po' più a fondo - finché si può
senti come tremo perchè sento
che tutto finisce qui
lasciati guardareun po' più a fondo - finché si può
un ultimo saluto al nostro tempo
e tutto finisce qui

e' inutile comprendere perché
a volte i pensieri si confondono
e mischiano speranze e realtà
segnali che si perdono così
un radar pronto quando chiude il cielo e noi
colpevoli di troppa oscurità.

domenica 17 ottobre 2010

Pensieri dietro la linea gialla

Moltitudine di gente, alle sette e ventitrè di un giovedì di novembre, aspettando un regionale per Roma dietro la linea gialla.
Marco, 22 anni, studente appoggiato al muro con un libro in mano: “…Speriamo che non mi chieda quello. Cavolo, di tante cose possibile che mi debba chiedere quello. No, ma tanto non lo passo. Poi con l’assistente, figurati. Devo chiamare Sara, o la chiamo dopo? Le mando un sms và, che quella starà più agitata di me…”
Umberto, 45 anni, seduto. Valigetta sulle gambe, ‘Il giornale’ sulla valigetta, l’auricolare nell’orecchio: “Si, Massimo, Umberto, buongiorno. Farò tardi stamattina, fai una cosa, lasciami i documenti sulla scrivania. Si, si, pure quelli della riunione di oggi, ci do un’occhiata appena arrivo. Ah, ma la cena poi com’è andata? Si, i soliti discorsi immagino. Vabè, ci vediamo dopo, pranziamo insieme? Ok, ok ciao…”
Silvia, 26 anni. Cappello in testa, occhiali scuri. Trolley. “Lo spazzolino, cavolo, la cosa essenziale ho dimenticato. Mamma che sonno. Se perdo l’aereo per questi ritardi di merda li denuncio. Primo giorno di lavoro, arrivare in ritardo è da pazzi. Era meglio se partivo ieri, dovevo dare retta a mia madre. Carino quello… Speriamo che ci sia posto a sedere. Almeno ripasso qualcosa… Ma la carta d’imbarco dove l’ho messa?! Ah eccola, devo ricordarmi che sta qui, nella zip interna. Interna Silvia, ricordati.”
Roby e Ale, 20 anni, zaino sulle spalle. Una di fronte all’altra. “Guarda, il corso di letteratura francese è tranquillissimo. Lei anche mi sembra una in gamba, quindi penso di darlo già a gennaio. Tu inglese lo dai ora, sessione invernale, o direttamente a giugno?”
“Io è già tanto che riesca a dare semiotica e filosofia del linguaggio. Non riesco proprio a concentrarmi quest’anno. Poi Lele mi sta facendo passare le pene dell’inferno. C’ha un sacco di problemi a casa e si sfoga su di me, e io sempre zitta ad assecondarlo per cercare di stargli accanto. Però ogni tanto mi verrebbe voglia di mandarlo a quel paese, lui e tutti i suoi problemi. Perché i problemi ce li ha solo lui…”
Rosy, 47 anni, vestito, calze doppie e tacchi a spillo, cammina con passo deciso. “Ma se chiedo il divorzio? Non posso andare avanti così. Una si spacca la schiena, fa i sacrifici, per cosa poi?! Oggi ho il calcetto, dai, ti porto un’altra sera a vedere quello spettacolo a teatro, promesso. Calcetto un corno, lo spettacolo finiva stasera Gianni, lo sai da una settimana. Io vengo sempre dopo tutto. Dopo il calcetto, dopo il tuo lavoro, dopo tua madre. Eh, ma adesso basta. Io ho il diritto di essere felice. Ma sto cazzo di treno quando arriva?”
Yamina, 16 anni, gonna lunga, capelli raccolti in due trecce sottili, sandali consunti. Avanza tra la gente, mani giunte a coppa: “…Un aiuto senora, per mangiare. Un aiuto senorina, per favore. Grazie grazie, buona giornata, grazie.. Un aiuto senore, per favore…”
Stefano, 30 anni. Luigi 32. “Ste cazzo di zingare, non se ne può più. Che poi dico io, non sono capaci a cacciarle dalle stazioni? Uno aspetta il treno e deve essere pure importunato.”
“Ma tanto ormai, qua ognuno fa come gli pare. Come quelli ai semafori. Più gli dici No e più insistono. Io li ammazzerei tutti guarda, loro e quei rumeni pure. Non c’è lavoro per noi, lo vogliono loro?! E mi venissero a dire che sono razzista…”
Jack, 22 anni, zaino in spalla. Cuffie. Sacco a pelo e Bob vicino, meticcio di 3 anni. “…I’m on it, get on it. The troops are on fire… …love this song. 30 euros, only 30 euros. I have to look for a job in Rome. Now. I can’t came back home. It’s too late...”
Ale, 23 anni, di corsa. “E pure stamattina mi tocca correre. Dai dai, che ce la faccio. Perché ho spento la sveglia, perché. Eccolo il treno. Cazzo. Scusate, oh scusi. Scusa, si grazie. Quale porta.. questa. Ok. Sento il cuore che scoppia. Sto per svenire, stamattina sicuro svengo. Ecco, uno due tre. No. E anche oggi è andata. Wow.”
Marta 33 anni. “ No, mannaggia. È appena partito!!! Ok, aspettiamo l’altro. Che palle. Vabè, nel frattempo faccio colazione. Cornetto integrale, rigorosamente. E caffè amaro. Stavolta devo farcela. Già tre chili in meno. Che bello. Ma che vita di merda.”
Ugo, 35 anni, barista. “ Ecco la solita. Cornetto integrale e caffè senza zucchero. Ma che faccia triste poveretta.”

sabato 9 ottobre 2010

La ragazza appoggiata allo stipite e l'Università privata


Se vogliamo trovare un lato positivo nel trasporto ferroviario regionale, è che a causa degli spazi esigui a disposizione nelle ore di punta, è più facile parlare con perfetti sconosciuti e condividere un pezzo di giornata. Sarà che la sofferenza di stare in piedi pigiati gli uni contro gli altri, oltre al nervoso, porta con sé un po’ di afflato umano, sarà che non si riesce a leggere perché il libro diventa un ingombro, fatto sta che si chiacchiera più facilmente.
L’altro giorno, per l’appunto, tornando da Roma con il regionale delle 12.45, dopo un’estenuante mattinata PERSA tra le reti della burocrazia della Sapienza, ho incontrato uno studente che conoscevo e che, come me, aveva il dente avvelenato per l’inefficienza del sistema universitario. Guarda caso, tra me e lui, infilata affianco allo stipite della porta, quasi a formare un triangolo simbolico voluto dal destino, c’era una ragazza che ascoltava interessata.
La frase con cui la signorina ha esordito è stata: “Beh, se è così inefficiente e dispendiosa in termini di tempo e energie, perché non fate come me e passate all’università privata?”
Non so perché, ma la mi diplomazia fortunatamente non mi ha abbandonato, sopportando il caldo e la mattinata infernale e ho deciso di affrontare l’argomento con calma e tranquillità. Anche perché stavamo ancora all’altezza di Pomezia (e la tratta Roma-Latina dura una quarantina di minuti).
Sottolineo che il mio intento non era, e non è, quello di puntare il dito contro coloro che scelgono la privata perché se lo possono permettere o perché ritengono sia meglio. Però ho colto la palla al balzo per affrontare un discorso che mi sta particolarmente a cuore. E cioè il tentativo del governo (e dei governi), ormai quotidiano e naturale, di screditare l’Università pubblica, finanziando le private e facendo dello studio e della formazione una merce da comprare e da vendere.
Non biasimo chi, come quella ragazza appoggiata allo stipite, fa la scelta utile di investire nel proprio futuro, visto che il sistema richiede questo. Mi incazzo però con il sistema. E con quelli, proprio come quella ragazza appoggiata allo stipite, che lo difendono perché ci stanno dentro e, in fin dei conti non è così male.
Punto primo: il sapere non può stare in mano ai privati o al primo imprenditore avveduto, per una questione di principio. Sarò all’antica? Lo sono. L’educazione è una cosa seria, la cultura è ciò che ci permette ancora di essere liberi, consapevoli della nostra condizione di cittadini e del nostro ruolo nel mondo. Punto secondo: proprio per questo, deve essere data a tutti la stessa possibilità di partecipare e di godere della cultura a disposizione in un preciso momento storico. Punto terzo: se la formazione e l’educazione sono private, nasce un conflitto inevitabile tra il sapere offerto a tutti nello stesso modo e il sapere d’elite che solo il privato può permettersi di offrire. Per fare un esempio pratico: un prof straniero, eccellente, preparato, un pezzo grosso insomma, decide di venire in Italia per tenere una conferenza. Con tutte le attenuanti e le eccezioni del caso, pensate che preferirebbe farlo per una bella sommetta con tanto di autista privato o per il rimborso spese che il ricercatore della Sapienza o il professore di turno che l’ha invitato possono permettersi?
Quello che mi irrita più di tutto, è l’idea che la tipa dello stipite continuava a ripetere: “Beh il privato funziona meglio, ci tiene di più, la pubblica va a rotoli.” Ma porca miseria, che argomento è? Scelgo il privato perché la pubblica TANTO non funziona. È come dire: ho la doccia rotta, vado dal vicino che c’ha la Jacuzzi, perché tanto se la riparo si rompe di nuovo e poi la mia c’ha le maioliche scheggiate.
Per chiudere in bellezza (nel frattempo il treno superava Cisterna) vogliamo parlare dei finanziamenti PUBBLICI alle università private? E la tipa: “Che io sappia, fino al 90% è tutto privato”.
Ma anche quel 10%, ma anche se fosse lo 0,001% pubblico, sarebbe comunque uno schifo dico io. A La Sapienza quest’anno hanno ridotto i corsi da 23 a 11, accorpando e facendo un taglia e cuci da record. I ricercatori stanno in mezzo alla strada. Nella mia facoltà di Filosofia fino a due anni fa c’erano quattro corsi di Estetica, tutti molto frequentati. Ora li hanno ridotti. No money, no lessons.
E tu, cara la mia tipa dello stipite, mi vieni a dire che “solo il DIECI PER CENTO è finanziato dai soldi pubblici”. Scusa, rimangio tutto: Io non ho più il corso di Estetica musicale, però magari quel DIECI PER CENTO statale vi serve per le lavagne al plasma.

giovedì 7 ottobre 2010

Blocco didattico contro ddl Gelmini a La Sapienza

La Sapienza si mobilita. In particolare le facoltà di Lettere e filosofia, Filosofia, Studi orientali e Psicologia hanno scelto l’arma del blocco della didattica per il mese di ottobre. Questa decisione, votata quasi all’unanimità il 21 settembre scorso è l’ultimo dei disperati tentativi di porre un freno al “perverso processo di aziendalizzazione e depauperamento dell'Università di Stato in atto”, come si legge nel testo della mozione.
Accanto alla sospensione della didattica, altre facoltà hanno scelto vie di protesta meno drastiche ma tutte hanno reagito all’evidente impossibilità, sottolineata dallo stesso Rettore Luigi Frati, di dare inizio all’anno accademico nelle attuali condizioni finanziarie in cui il Governo mantiene l’Università pubblica.
Al centro della polemica soprattutto i tagli indiscriminati alla ricerca. Tagli che risultano ancor più gravi perché, allargando l’orizzonte a un’ottica di progresso nazionale, costituiscono un handicap per lo sviluppo, non solo culturale, ma economico del nostro Paese.
Mentre La Sapienza è sul piede di guerra, la maggioranza di governo cerca di salvare l’incriminato decreto Gelmini, spingendo perché l’approvazione avvenga il prima possibile, magari anticipando la data del 14 ottobre, in cui il ddl è previsto in aula.
Eppure lasciando sullo sfondo le manovre politiche, ciò che emerge dal punto di vista della protesta, sono due elementi: da un lato la mobilitazione effettiva dell’università, in particolare di alcune facoltà, arrivando alla decisione drastica della sospensione della didattica. Dall’altro però la triste consapevolezza della poca risonanza che questa protesta sta avendo a livello mediatico.
Sfogliando i giornali, si parla sì di proteste studentesche, in maniera vaga e poco incisiva, ma l’attenzione è tutta focalizzata sulle manovre del Governo e al massimo sulla voce dei Finiani che portano avanti timidi tentativi riformatori del decreto. Non si parla di opposizione, ma ancor meno di mobilitazione popolare.
Se tra le mura de La Sapienza l’idea dominante è quella di aver messo un freno importante all’approvazione del decreto, dall’altra parte, tra la gente comune, informata da tg e giornali, neanche si sente parlare di questa protesta.
È quindi riconfermata l’amara crisi che sta vivendo la libera informazione in Italia. La stridente opposizione tra i problemi reali, in questo caso la riforma universitaria e l’opposizione popolare che sta trovando, e l’informazione veicolata di mass media corrotti.
Tornando quindi nello specifico alla decisione del blocco della didattica, viene da chiedersi quanto sia efficace. Dal punto di vista pratico significa mettere in serie difficoltà i percorsi di studio degli studenti, e solo di alcuni, perché non tutte le facoltà hanno scelto l’arma del blocco. Se a questo si aggiunge la difficoltà di essere incisivi e di squarciare il velo di Maja della comunicazione nazionale, viene da chiedersi se non sarebbe preferibile adottare forme differenti di protesta. In particolare forme che puntino alla sensibilizzazione nazionale, che significherebbe perdita di consensi per la maggioranza e conseguente impatto politico. Il blocco della didattica infatti, è sì un disservizio, ma lo è solo per gli studenti.
Con questo non nego la necessità assoluta di opporsi al decreto che lentamente e perversamente tenta di uccidere l’Università pubblica, con qualsiasi forma di protesta, purchè animata da una ratio che tenga conto della situazione del Paese e del modo in cui queste proteste vengono percepite dall’opinione pubblica.
Il fondamento della legge, scriveva Benjamin Constant, filosofo e politico liberale di inizio Ottocento, è sempre extragiuridico. Per cambiare la legge, è necessario quindi cambiare prima l’opinione pubblica che approva e sostiene quella legge.
Arduo compito, qui in Italia, aggiungo io. Dove l’opinione pubblica, più che approvare o disapprovare, semplicemente si lascia trascinare dagli eventi, rifugiandosi in luoghi comuni e arrendendosi alle notizie filtrate dai tg.
Per il momento non ci resta che aspettare, nello specifico che il ddl arrivi in aula.
Lezioni sospese, speriamo almeno che sia davvero utile a salvare l’Università pubblica.

martedì 17 agosto 2010

"Per passare? Un fiorino..." Ecco la nuova proposta del Fasci-sindaco Alemanno


Oggi mi hanno dato del grillo parlante. E la cosa, devo dire, non mi dispiace.
Salto fuori e dico la mia.
Ed è proprio così che riapro il mio blog. Dopo più di un mese di assenza e silenzio, torno a dire la mia qui sopra.
Lo spunto me lo ha dato l'ultima trovata del Fasci-sindaco Alemanno. La sua nuova proposta, ancora una volta anticostituzionale, è quella di porre una tassa ai cortei.
Detto brutalmente: vuoi manifestare? Devi pagare per farlo. Non importa che tu sia associazione, sindacato o partito. Per occupare il suolo pubblico, non solo devi far richiesta, dare preavviso, ricevere il nullaosta. Da oggi, potresti addirittura dover pagare una tassa.
Il Fasci-sindaco ha giustificato la folle idea con l'osservazione che, per ogni manifestazione, il Comune è costretto a sborsare soldi per l'organizzazione, la sicurezza, le pulizie. Questo c'è dalla sua parte. Dalla parte di tutti gli altri, di tutti i cittadini che nella loro vita hanno partecipato, parteciperanno o seplicemente approveranno una manifestazione, c'è l'Art. 17 della Costituzione: "I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi".
E per quanto riguarda l'aspetto economico, che sembra interessare più di tutti Alemanno, si può obiettare che dovrebbe essere lo Stato, lo stesso Stato che vigila sulla libertà di manifestazione, a coprire le spese necessarie a garantire tale diritto.
Una proposta fuori dal mondo quella di Alemanno. O forse, una proposta che non fa che accodarsi alle altre numerose che in questi mesi stanno minando seriamente i fondamenti della nostra Repubblica.
Basta pensare alla famigerata "Legge bavaglio" che da un lato colpisce la stampa, dall'altro limita direttamente lo strumento prezioso delle intercettazioni.
In tutto ciò, io continuo ad aspettare qualche intervento della presunta opposizione. Non so, una manifestazione, ma anche un corteo, non penso di chiedere molto. Tutto questo, è ovvio, quando Bersani finirà di spalmarsi la crema solare.
Nel frattempo i fasci-sindaci e i ministri dell'In-giustizia, facciano pure il loro comodo, l'estate è lunga.

sabato 3 luglio 2010

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Il sole dietro la collina

Ci sono due tipi di dolore: il primo è quello che ci procurano gli altri, il secondo è quello che ci auto procuriamo. Nel primo caso per quanto forte sia il dolore, sarà sempre indipendente dalla nostra volontà, perciò meno intenso, perchè porta alla rassegnazione.
Il secondo dolore invece, essendo causato dalla nostra volontà, può diventare lacerante, perchè investe anche la parte più razionale e al contempo emozionale di noi: la facoltà di scelta. Siamo condannati a scegliere, diceva Sartre. E quando una scelta è troppo dolorosa da portare avanti, il nostro istinto di sopravvivenza ci dice che è sbagliata. Spesso però, per quanto una scelta sia lacerante, dolorosa, sofferta, ingiusta, è necessaria. E può essere necessaria per noi o per qualcun altro.
L'unica speranza che ci fa continuare a perseguire la nostra scelta, in questi casi, è quella di vederla trasformarsi in felicità, per noi e per gli altri.
Così come l'unica speranza che ci fa prendere medicine disgustose è il fatto che ci possano far stare bene.
Quindi, nel dolore atroce e nel limbo dell'insicurezza, mi aggrappo con tutte le mie forze a questa speranza.
Spero con tutta me stessa che dietro la collina ritrovi il sole, il mio sole però, l'unico che può scaldarmi e illuminare le mie giornate.
E se lo ritroverò il mio sole, se lo ritroverò in fondo al mio cuore, correrò verso di lui, a costo di essere persuasa dal suo fuoco.
La collina ora però va scalata. E ci vuole tanto coraggio e forza per non mollare la presa.