venerdì 9 aprile 2010

L'insostenibile leggerezza del... caso


Mi ha sempre affascinato l’idea che ciò che è la nostra vita oggi, deriva da una serie di fatti avvenuti in un determinato ordine. E per fatti non intendo grandi cose, ma piccoli dettagli che però cambiano tutto. Gli incontri che ci hanno cambiato la vita sono nati da circostanze determinate. Quelle e non altre. Perché se il semaforo fosse stato rosso e non ci fossimo dimenticati il telefono o magari avessimo comprato il pane in un forno o nell’altro o fossimo usciti 30 secondi dopo, beh quelle persone non le avremmo mai conosciute.
Non ho il sostegno di una fede nella predeterminazione, né credo in un disegno che si sta svolgendo. Ma è proprio la consapevolezza che c’è il caso dietro ogni azione, ciò che mi attrae maggiormente. Perché, paradossalmente, l’idea che ogni fatto rientri in un progetto, la riporta in un piano di logicità, di staticità e la rende comprensibile all’uomo. Al contrario il caso non può essere capito, perché non ha una logica intrinseca. Per questo l’uomo cerca di imbrigliare la casualità in oroscopi o destini vari, per tenere sotto controllo ciò che altrimenti non potrebbe. E sappiamo quanto ci da fastidio non sapere, non potere sapere. Ci da così fastidio che inventiamo soluzioni, razionalmente inaccettabili, solo per il gusto di far finta di avere coscienza.
Ad ogni modo, al prezioso contributo del caso mi ci ha fatto pensare Kundera ne: L’Insostenibile leggerezza dell’essere. Si chiede Kundera: gli incontri nascono da una serie di circostanze stupide, di poco conto. E la natura della loro origine li rende meno importanti? O al contrario è proprio perché nascono da circostanze fortuite che sono ancora più eccezionali?
Io opto per la seconda, tutta la vita. Se penso alla mia vita oggi, ad esempio, devo molto ad una fotocopiatrice. Ma questa è un’altra storia e non mi ci addentro, perché voglio prestare fede al mio proposito di non vomitare informazioni personali solo per il gusto di farlo.

domenica 28 marzo 2010

Ho visto Nina volare (Fabrizio De Andrè)


Mastica e sputa
da una parte il miele
mastica e sputa
dall'altra la cera

mastica e sputa
prima che metta neve
ho visto Nina volare
tra le corde dell'altalena

un giorno la prenderò
come fa il vento alla schiena
luce luce lontana
che si accende e si spegne

quale sarà la mano
che illumina le stelle
mastica e sputa
prima che venga neve

sabato 27 marzo 2010

I soldi sul comodino


Anche quella sera si preparò un bagno caldo. Ma prima fece una doccia fredda. Ogni sera prendeva la spugna, quella più dura che era riuscita a trovare, e cominciava a passarla sulla pelle. Con forza. Consumava flaconi di bagnoschiuma al latte, che le ricordavano di quando era bambina. Partiva dal collo e scendeva fino ai piedi. Voleva toglierselo tutto quell’odore maledetto. Grattava, tirava via la puzza di un altro, fino a scorticarsi.

Poi passava ai capelli. Quanto amava i suoi capelli. Neri, le ricadevano morbidi sulla schiena. Usava uno shampoo fruttato e li massaggiava dolcemente, per tornare a farli suoi.

Uscita dalla doccia non si asciugava. Entrava direttamente nella vasca. E rimaneva così. Certe volte sperava di morire lì. Non svegliarsi più, morire addormentata e profumata.

Invece si svegliava sempre e la sua vita era ancora là ad aspettarla. Si mostrava nei soldi poggiati sul comodino, affianco a quei fazzoletti sporchi.

Ci aveva pensato tante volte a smettere. Era famosa nel giro, rispettata. Dopo tanti anni cominciano a rispettarti, si diceva. E più ti rispettano gli altri meno ti rispetti tu. E pensare che all’inizio le piaceva anche. Quando aveva incontrato Moira non aveva nulla, solo i suoi sedici anni da orfana. Lei le aveva offerto una casa, vestiti, protezione. Tutto in cambio di qualche serata diversa, concessa ai “suoi amici”.
Era un mondo nuovo, a tratti si sentiva lusingata. Ma ora, dopo quindici anni passati su letti disfatti era solo stanca e sporca. Non sporca moralmente, no, no, sporca nella pelle. Più lavava il suo corpo e più lo trovava consumato, macchiato.

Ci aveva pensato sul serio a smettere. Non era facile uscire da quella vita e probabilmente non ne aveva voglia a sufficienza. Era il dopo a spaventarla.

Così dopo il bagno si vestiva per la notte. Cambiava le lenzuola, ogni sera. Per ogni uomo che passava. Per ogni vita che incrociava la sua. Per ogni corpo che prendeva il suo.

E nel profumo si addormentava, sognando una vita diversa, pulita.

E nel profumo si svegliava. Accanto, i soldi sul comodino.

domenica 28 febbraio 2010

INVICTUS



Dal profondo della notte che mi avvolge

buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,

ringrazio gli dei chiunque essi siano

per l'indomabile anima mia.


Nella feroce morsa delle circostanze

non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.

Sotto i colpi d’ascia della sorte

il mio capo è sanguinante, ma indomito.


Oltre questo luogo di collera e lacrime

incombe solo l’orrore delle ombre

eppure la minaccia degli anni

mi trova, e mi troverà, senza paura.


Non importa quanto sia stretta la porta,

quanto piena di castighi la vita.

Son Io il signore del mio destino.

Son Io il capitano dell'anima mia.

mercoledì 24 febbraio 2010

Schopenhauer e i baci perugina sull'ALTRO.


Ogni persona che passa nella nostra vita è unica, lascia un po’ di sé e prende un po’ di noi.

Mi è venuta in mente questa frase, non ricordo dove l’ho sentita. Ma oggi l’ho pensata. Poi ho provato a digitarla su google ed è comparsa in molte forme diverse, ma citata in tantissimi link.
Il bello di ciò che studio, la filosofia, è che mi sto accorgendo che mi spinge ad andare oltre l’evidenza delle cose, o meglio, ad analizzare le parole, le frasi. Quindi, se pur non mi concederà un posto confortevole nella società, sono sicura già da ora, che i miei studi non saranno trascorsi invano, anzi avranno arricchito la mia personalità. Perché, parlando in generale, ciò che studio sono visioni del mondo diverse. E proprio questa diversità io la considero una ricchezza.
Tornando alla frase, riflettendoci un po’ su, credo sia, nella sua essenzialità, profondamente vera. Dimostrazione che si può trovare qualche spunto utile anche in una frase stile “baci perugina”.
Voglio cercare di prescindere, in questa riflessione, da spunti autobiografici, anche se resto convinta che ogni parola scritta è frutto, anche indiretto o involontario di ciò che abbiamo vissuto.
Ad ogni modo, è vero che ogni persona è UNICA. Sembra un dettaglio scontato, eppure è così. E spesso pochi se ne ricordano, compresa me, oggi che la tendenza al qualunquismo e al generalismo è sempre più forte.
Ma quello che mi preme realmente sottolineare è l’importanza della seconda parte della frase. È un modo secco per dire che l’individuo si può realizzare solo a contatto con gli altri, aprendosi, dandosi, rinunciando almeno dal punto di vista emotivo, a quel solipsismo che invece lo incastra dal punto di vista gnoseologico. E qui torna attuale la lezione di Schopenhauer, poco capito forse e spesso liquidato con l’accusa di “pessimismo” senza via d’uscita.
A mio avviso, nell’ultima fase della sua vita, è riuscito a rivalutare la dimensione intersoggettiva, capendo che per vivere bisogna aprirsi, rinunciando alla propria sicurezza di individuo, per perdersi nella molteplicità.
E forse con uno sguardo azzardato, quella frase da “baci perugina” può farci capire questo: rischiare, abbandonarsi al corso degli eventi, incontrare persone, non aver paura di parlare, di comunicare, di ascoltare. Non aver paura di vivere gli altri, perché è solo tramite questa meravigliosa contaminazione umana che si vive realmente.

lunedì 22 febbraio 2010

Radiofreccia e dio.






Premessa: chi scrive è a-tea, cioè senza dio. È il mio blog, quindi ci scrivo liberamente ciò che penso. Ma amo la dialettica e il confronto, quindi critiche benvenute!






“Credo che non sia tutto qua, però prima di credere in qualcos'altro bisogna fare i conti con quello che c'è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio.”


In questa semplice frase, pronunciata alla svelta di fronte al microfono di una vecchia radio di provincia, Freccia ha racchiuso uno dei problemi più grandi dell’umanità. Per provare ad analizzare certi problemi, bisogna cambiare prospettiva e solo in questo modo si può assumere un atteggiamento critico rispetto a ciò che ci riguarda più da vicino, a ciò dentro cui siamo anche noi.
Per fare un esempio, siamo talmente abituati a vivere con l’ausilio dell’elettricità che non ci poniamo il problema di come sarebbe diversamente. Nello stesso modo siamo così immersi in una società impregnata di religione, nel nostro caso cattolica, da non pensare che ci sono visioni del mondo alternative.
Ho aperto con la frase di Radiofreccia perché fa comprendere quale ambiguo rapporto ci sia nella mente dell’uomo tra la realtà mondana e quella soprannaturale, potendola definire così. Tra il mondo, inteso come esperienza sensibile, e un ipotetico dio. È così fortemente radicata in noi l’idea di un mondo extrasensibile, ulteriore, finale, che siamo arrivati a definire poco ciò che abbiamo di fronte agli occhi, ciò che siamo realmente.
Freccia parte da questo presupposto: Credo che non sia tutto qua. E già da qui emerge da un lato il disincanto per il mondo in cui vive e dall’altro la speranza, spinta a credenza, che ci sia qualcosa di ulteriore, che quindi legittimi la pochezza di questo stesso mondo.
La spinta all’oltre d’inizio frase cade però di fronte all’esigenza di “fare i conti con quello che c’è qua”. Cioè a dire, potrebbe darsi che ci sia qualcosa oltre, voglio credere che sia così, ma non per questo posso dimenticare la mia vita reale, quella fatta di carne e sudore.
Ma il passo decisivo è a fine frase, quando Freccia, data un’occhiata al mondo e visto che non è abbastanza, “misà che crederà prima o poi in qualche dio”. È proprio questa la dimostrazione che in maniera circolare chiude il ragionamento. “Io so che devo fare i conti con quello che c’è qua, non posso dimenticarlo per un oltre che non vedo, eppure proprio il dolore di ciò che vedo, mi spinge a credere in qualcosa d’altro.”
Una sconfitta nella sconfitta. O meglio un ammettere la sconfitta, rispetto all’impossibilità di vivere la vita reale. Perché se la frase fosse finita senza quel “e allora mi sa…” sarebbe stata una vittoria. Credere, prima di tutto a quello che c’è davanti agli occhi, ogni dannato giorno.
Peccato che gli uomini e le donne, da millenni a questa parte, non hanno avuto il coraggio di guardare in faccia la realtà, abbandonandola o, peggio ancora, finalizzandola a un futuro immaginato grazie a fantomatiche allegorie di vari testi sacri. Rispetto a questa esigenza poi, c’è chi è riuscito nell’intento di trovare uno scopo ulteriore alla vita presente e accetta in quest’ottica con una serena rassegnazione ciò che gli succede, perché tassello di un ipotetico progetto più vasto. Ma c’è anche chi non ci riesce, si chiude in una fede per vivere quei momenti di conforto immaginario, fermo restando il ricadere poi nello sconforto più totale alla prima difficoltà.
Per i primi, beh, beati loro. Hanno trovato la felicità, certo in un mondo di cartone, ma sono felici. Felici nella rinuncia magari, nel sacrificio, ma soprattutto felici per la speranza che hanno. Per gli altri però non è così semplice, anzi, la fede spesso diventa un peso in più da sostenere, un problema da spiegarsi e non un conforto. E allora a che scopo?
Poi ci sono altre persone( e io mi sento tra queste) che non ci credono a “qualche dio”. Pur avendo vissuto in un mondo così fortemente religioso, non sono riuscite a creare una loro coscienza di fede. E come negli altri casi ci sono pro e contro. Come sarebbe bello, ad esempio, avere la certezza di rincontrare quelli che se ne sono andati per sempre. Avere la certezza che la bontà “viene sempre premiata” e che i cattivi prima o poi avranno ciò che spetta loro. Sarebbe rassicurante. D’altra parte però, chi non è imbrigliato in religioni confortanti, ha un mondo molto più ampio davanti a sé. Ne ha uno in meno certo, ma molto più ampio e pieno di sfumature. Non c’è il peccato, ma la propria coscienza. Non ci sono dogmi, ma ragionamenti. Non ci sono dei, ma la natura. Non c’è il demonio, ci sono le persone cattive. Non c’è chi ha la verità in tasca, ci sono tante verità, diverse e per questo dialetticamente costruttive. Non ci sono costrizioni contro natura, solo scelte e piacere.
Come ho premesso, chi scrive è un’atea. Una senza dio, che dio neanche lo cerca né lo vuole, perché non serve. E se mi sarò sbagliata, beh, lo scoprirò quando sarà troppo tardi per tornare a cancellare la mia vita vissuta a pieno. Meglio così.

mercoledì 10 febbraio 2010

La prima cosa bella. Virzì stupisce ancora.




“La prima cosa bella, che ho avuto dalla vita, è il tuo sorriso giovane, sei tu…” Cantava così Nicola Di Bari nel 1970, in un’Italia vecchia ma estremamente nuova. E’ questa l’Italia che ritroviamo nel film di Virzì, quarant’anni lontana da noi, e però così attuale. Forse la sensazione è data dall’alternarsi dei piani temporali, eppure lo stacco è sanato elegantemente dal filo delle emozioni, che non cambiano negli anni.

C’è una mamma “troppo importante” in questo film, Anna, interpretata da una straordinaria Stefania Sandrelli, intorno alla quale girano le vite dei suoi figli, Claudia Pandolfi e Valerio Mastrandrea. Tutto avviene a Livorno. Ma con ‘tutto’ non intendo una storia, perché questo film non narra una storia. Narra una vita.

La vita di una donna, che potrebbe essere la vita di ogni donna negli anni settanta. Una lacerazione profonda segna Anna, che tra obblighi sociali e ambiziose aspirazioni, riversa il suo profondo amore sui suoi figli. Per loro supera ogni difficoltà sempre con il sorriso e col suo carattere forte, ma esuberante. Però da una madre così si può uscire sconfitti, se non si scappa, non si corre lontano. Eppure la distanza non taglia i legami, che tornano prepotentemente nei momenti più difficili della vita.

“La prima cosa bella” non è un film triste. È un film reale. Perché è solo nella realtà che trovi il riso mescolato al pianto. E reali sono anche i protagonisti, reali persino nell’infanzia grazie a due straordinari piccoli interpreti.

Virzì si riconferma grande indagatore delle relazioni interpersonali, soprattutto familiari. Dopo aver narrato con disincantata ironia il dramma sociale di “Tutta la vita davanti”, torna a mostrarci un pezzo di vita. Un rapporto di maternità sospeso sul filo della storia italiana.
Nulla da aggiungere. Buona visione.

lunedì 14 dicembre 2009

Natale multiCULTURAle


Un messaggio male interpretato, quello lanciato da una scuola elementare statale di Cremona. Di fronte al forte accento multiculturale che caratterizza l’istituto, infatti, i docenti hanno sentito la necessità di fare del Natale un momento di condivisione, al di là delle differenze etniche.
Hanno scelto il nome “Festa delle Luci” per esaltare lo spirito di pace e solidarietà che caratterizza questa festa. Il loro intento, hanno spiegato, non è rinnegare il Natale o la tradizione cristiana, ma non urtare le altre culture e permettere ai bambini, anche di altre religioni, di festeggiare una festa di pace insieme ai loro compagni.
Ma siamo in Italia, un’Italia che per proteggere le proprie tradizioni, mette in secondo piano le persone. Ne ha dato prova il Ministro Gelmini, che ha commentato con parole dure l’iniziativa: “Non si crea integrazione e non la si aiuta eliminando la nostra storia e la nostra identità. In particolare il Natale contiene un messaggio di fratellanza universale. Quindi è un simbolo che non divide ma unisce” Un commento cieco e estremamente semplicistico.
Anche perchè è proprio dalla consapevolezza di un Natale che può unire che è partita l’idea degli insegnanti del Manzoni. Troppo spesso infatti, si trattano tematiche etiche che dovrebbero essere condivise, come prerogativa della religione cristiana. La solidarietà, la pace, la fratellanza, esistono anche in altre culture e forse in Italia il Natale può essere interpretato in questo senso, accentuandone gli aspetti che sono condivisi da tutti. È questo lo sforzo che bisogna fare oggi, in un mondo in cui la parola d’ordine è multicultura. Le maestre del Manzoni hanno compreso che c’è il bisogno di aprirsi, ma soprattutto di dare ai bambini un insegnamento che sviluppi la loro capacità di interagire con le diverse etnie.
Niente scalpore quindi, o rinuncia alle proprie tradizioni. Semplicemente un tentativo di dare maggior valore al Natale, interpretandolo nel senso di una festa della pace e rendendolo quindi la festa di tutti.

domenica 13 dicembre 2009

C'è ancora un pò di spazio per i sogni? Imagine...




Imagine there's no heaven

It's easy if you try

No hell below us

Above us only sky

Imagine all the people

Living for today...


Imagine there's no countries

It isn't hard to do

Nothing to kill or die for

And no religion too

Imagine all the people

Living life in peace...


You may say I'm a dreamer

But I'm not the only one

I hope someday you'll join us

And the world will be as one


Imagine no possessions

I wonder if you can

No need for greed or hunger

A brotherhood of man


Imagine all the people

Sharing all the world...

You may say I'm a dreamer

But I'm not the only one

I hope someday you'll join us

And the world will live as one

venerdì 11 dicembre 2009

Un filtro per le parole


Oggi durante la lezione di Storia delle dottrine politiche, il prof ha detto che noi italiani siamo sfortunati, perchè abbiamo poche parole da usare e invece le cose del mondo sono miliardi.

E, io penso, se alle cose del mondo ci aggiungiamo ciò che c'è in noi di emozioni, sentimenti e pensieri, un vocabolario risulta davvero poco.

Poi non è solo questione di scelta delle parole giuste per veicolare i nostri pensieri, ma è anche scelta di TONO.

Capita spesso che solo per il MODO di dire certe cose, queste vengono recepite in maniera sbagliata.

Quanto è difficile tradurre in catene di fonemi ciò che di più recondito c'è nella nostra testa. Il meccanismo è talmente rapido che spesso neanche ci accorgiamo di aver detto ciò che abbiamo detto, e magari pensandoci su, scopriamo che è lontanissimo da ciò che in realtà pensiamo.

Ci vorrebbe una sorta di FILTRO, che blocca i discorsi e le frasi sbagliate, che hanno qualche difetto di fabbrica, che non corrispondono a ciò che, a mente fredda, noi pensiamo.

E una LUCINA rossa che lampeggia e ci avverte del pericolo: 'Ehi, parole, DIETRO FRONT, tutto da rifare!'

Chissà se così riusciremmo a capirci più facilmente, con il TONO giusto, la FORMA giusta e soprattutto i TERMINI giusti.