I thought I saw a man brought to life
he was warm he came around like he was dignified
he showed me what t was to cry
Well you couldn't be that man I adored
you don't seem to know - or seem to care what your heart's for
I don't know him anymore
there's nothing where he used to lie
my conversation has run dry
that's what's goin' on
nothing's fine
I'm torn
I'm all out of faith, this is how I feel
I'm cold and I am shamed
lying naked on the floor
illusion never changed
into something real
I'm wide awake and I can see the perfect sky is torn
you're a little late I'm already torn
so I guess the fortune teller's right
I should have seen just what was there and not some holy light
but you crawled beneath my veins and now I don't care, I have
no luck
I don't miss it all that much
there's just so many things
that I can't touch
I'm torn
I'm all out of faith, this is how I feel
I'm cold and I am shamed
lying naked on the floor
illusion never changed
into something real
I'm wide awake and I can see the perfect sky is torn
you're a little late I'm already torn
torn
there's nothing where he used to lie
my inspiration has run dry
that's what's goin' on
nothing's fine
I'm torn
I'm all out of faith, this is how I feel
I'm cold and I am shamed
lying naked on the floor
illusion never changed
into something real
I'm wide awake and I can see the perfect sky is torn
I'm all out of faith, this is how I feel
I'm cold and I am shamed
when I'm broken on the floor
you're a little late I'm already torn
torn
.
domenica 18 marzo 2012
sabato 17 marzo 2012
mercoledì 29 febbraio 2012
The family man
Abbiamo una casa nel New Jersey, abbiamo due figli, Annie e Josh. Annie non è un granché come violinista ma ce la mette tutta, è un tantino precoce, ma solo perché dice quello che pensa! E Josh... lui ha i tuoi occhi, non dice molto, ma sappiamo che è uno sveglio! Tiene sempre gli occhi aperti, sai, ci osserva sempre; qualche volta tu stai a guardarlo e ti rendi conto che sta imparando una cosa nuova... è come assistere ad un miracolo.
La casa è un casino, ma è nostra... ancora 120 rate del mutuo e sarà nostra! E tu presti assistenza legale gratuita, sì è così, assistenza legale gratuita, ma non ti crea problemi.
E siamo innamorati, dopo 13 anni di matrimonio siamo ancora incredibilmente innamorati, non mi permetti di toccarti se non lo dico.
Canto per te, non sempre, ma sicuramente nelle occasioni speciali. E noi abbiamo avuto la nostra parte di sorprese e magari fatto sacrifici, ma siamo rimasti insieme.
Vedi, tu sei migliore di me e lo starti accanto mi ha reso migliore.
Non lo so, forse è stato solo un sogno, magari sono andato a letto in una triste notte di dicembre e ho immaginato tutto, ma ti giuro che niente è mai stato più reale, e se ora sali su quell'aereo sparirà per sempre.
So che possiamo continuare con le nostre vite, ce la caveremmo benissimo, ma io ho visto quello che potremmo essere insieme e scelgo noi.
Ti prego Kate, una tazza di caffè, puoi sempre andarci a Parigi, solo, ti prego non stasera.
La casa è un casino, ma è nostra... ancora 120 rate del mutuo e sarà nostra! E tu presti assistenza legale gratuita, sì è così, assistenza legale gratuita, ma non ti crea problemi.
E siamo innamorati, dopo 13 anni di matrimonio siamo ancora incredibilmente innamorati, non mi permetti di toccarti se non lo dico.
Canto per te, non sempre, ma sicuramente nelle occasioni speciali. E noi abbiamo avuto la nostra parte di sorprese e magari fatto sacrifici, ma siamo rimasti insieme.
Vedi, tu sei migliore di me e lo starti accanto mi ha reso migliore.
Non lo so, forse è stato solo un sogno, magari sono andato a letto in una triste notte di dicembre e ho immaginato tutto, ma ti giuro che niente è mai stato più reale, e se ora sali su quell'aereo sparirà per sempre.
So che possiamo continuare con le nostre vite, ce la caveremmo benissimo, ma io ho visto quello che potremmo essere insieme e scelgo noi.
Ti prego Kate, una tazza di caffè, puoi sempre andarci a Parigi, solo, ti prego non stasera.
sabato 25 febbraio 2012
La rana e lo scorpione
Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: "Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull'altra sponda. " La rana gli rispose "Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi! " "E per quale motivo dovrei farlo? " incalzò lo scorpione "Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei! " La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell'obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione... " rispose lui "È la mia natura".
Per fortuna noi abbiamo la capacità di scelta.
venerdì 24 febbraio 2012
Non rimane che la meraviglia
Mentre aspetto che tutto finisca
E ti guardo perchè sei perfetta
Sei la cosa che più mi spaventa
Mentre togli il vestito di fretta
Non rimane che la meraviglia
Che la tua pelle nuda risveglia
Sto precipitando amore mio
.Come la pioggia sul tuo viso
Come il cielo quando crolla all'improvviso
Se la tua bellezza è
Furiosa e nobile
E' qualcosa che somiglia alla parte migliore di me
Se la tua bellezza è
La tua bellezza è...
Mentre giri sull'ultima giostra
Come sopra due metri di onda
Ogni mio desiderio si incendia
Stanno rotolando amore mio
Queste stagioni
Come sassi in un torrente
Come fanno i nostri sogni
Se la tua bellezza è
Furiosa e nobile
E' qualcosa che somiglia alla parte migliore di me
Se la tua bellezza è
La tua bellezza
E' qualcosa che somiglia alla parte migliore di me
Domani è un giorno lontano
Ora che per l'unica volta ci amiamo
E' per me
La tua bellezza
La tua bellezza
Se la tua bellezza è
Furiosa e fragile
E' qualcosa che somiglia alla parte migliore di me
Se la tua bellezza è.
E ti guardo perchè sei perfetta
Sei la cosa che più mi spaventa
Mentre togli il vestito di fretta
Non rimane che la meraviglia
Che la tua pelle nuda risveglia
Sto precipitando amore mio
.Come la pioggia sul tuo viso
Come il cielo quando crolla all'improvviso
Se la tua bellezza è
Furiosa e nobile
E' qualcosa che somiglia alla parte migliore di me
Se la tua bellezza è
La tua bellezza è...
Mentre giri sull'ultima giostra
Come sopra due metri di onda
Ogni mio desiderio si incendia
Stanno rotolando amore mio
Queste stagioni
Come sassi in un torrente
Come fanno i nostri sogni
Se la tua bellezza è
Furiosa e nobile
E' qualcosa che somiglia alla parte migliore di me
Se la tua bellezza è
La tua bellezza
E' qualcosa che somiglia alla parte migliore di me
Domani è un giorno lontano
Ora che per l'unica volta ci amiamo
E' per me
La tua bellezza
La tua bellezza
Se la tua bellezza è
Furiosa e fragile
E' qualcosa che somiglia alla parte migliore di me
Se la tua bellezza è.
sabato 29 ottobre 2011
Domenica mattina
C’è una sciarpa che profuma ancora di sera sulla poltrona sotto la finestra. Sulla stessa poltrona un paio di jeans con la cinta infilata, una camicia a righe, un reggiseno e una borsa aperta.
Le tende trasparenti e le tapparelle chiuse. Filtra un raggio del sole freddo di Dicembre.
La porta è socchiusa. La radiosveglia sul comodino segna l’ora lampeggiando in silenzio, rispettosa e inutile. Accanto, un cellulare spento. Due orecchini e un filo di perle poggiati su un libro, fermato da una foto a pagina 216.
Sopra la testata, quella foto scattata per caso, più bella in bianco e nero.
Morbidi cuscini ricamati poggiati sul letto e un caldo piumone bianco.
Sotto il piumino s’indovinano le forme addormentate e si muove solo il respiro.
I corpi nudi, le dita ancora intrecciate e i piedi vicini.
Il tepore sereno del sonno che si consuma fino a quando ce n’è, senza sveglia a comandare.
È domenica mattina e la felicità deve essere una cosa del genere.
A.A.A. Dannato futuro cercasi.
Settant’anni dopo Paul Valery esprime bene il tragico problema che, a mio avviso, attanaglia l’Italia. Disoccupazione, “d-istruzione”, mancanza di coesione sociale e partecipazione politica possono essere letti, alla luce di questo assunto, come concause di un fenomeno silenzioso, che a dirlo fenomeno è anche troppo, visto che è un’assenza. L’assenza di futuro.
Non perché non ci sia. Chiunque di noi è abbastanza incline a credere di potersi svegliare nuovamente domani mattina. E, a ben vedere, anche il giorno dopo e quello ancora dopo. Probabilmente molti di noi sanno anche cosa faranno nel prossimo mese, in che modo impiegheranno le proprie energie. Ma questa non è l’idea di futuro a cui mi riferisco.
Se ci svegliassimo negli anni ’50-’60, quando per strada c’erano le prime Cinquecento e la Tv era un gioiello in bianco e nero, probabilmente avremmo più futuro in testa. I politici si affacciavano al futuro europeo, le industrie si affacciavano al futuro produttivo, gli studenti si affacciavano alla scuola moderna. Le famiglie si affacciavano alla prima lieve serenità economica dopo anni di sacrifici.
C’era un’idea di futuro, insomma. Urlata nelle piazze del ’68, parlata in Tv, vissuta nei diritti guadagnati.
Oggi il futuro in Italia non c’è più. Nemmeno se ne parla. Si parla in termini di settimane, di mesi. Al massimo di trimestri. Il futuro negli stage non si vede e non si vede nemmeno nei contratti a progetto.
In Parlamento il futuro è responsabilità di dover mantenere promesse, meglio non citarlo. La scuola? Mica si pensa al futuro a scuola. Si torna al passato, col maestro unico.
Il futuro una volta era dopo la scuola, dopo l’università. Era un progetto di vita, una famiglia, pure dei figli.
Oggi il futuro è una nebulosa. È diventato sperare di arrivare, a colpi di coda, ad avere un lavoro stabile e indeterminato, un briciolo di emancipazione e indipendenza prima dei trenta e magari la possibilità, per gli ottimisti, di maturare una pensione.
È questo il futuro che non c’è. L’assenza presente. Come un macigno sulle spalle di quelli che ce la mettono davvero tutta per costruirselo un futuro. E non mi venissero a parlare di “bamboccioni” (Brunetta ndr), non mi venissero a parlare di giovani “che non scalciano” (Bersani ndr). Piuttosto mi venissero a parlare di incentivi per l’occupazione giovanile stabile, per l’acquisto di una casa senza essere strozzati dal pizzo legale dei mutui bancari, per dei sacrosanti asili nido su cui contare, se mai si fosse così folli da decidere di mettere al mondo un figlio, per le energie rinnovabili, visto che, ad esempio, i decreti attuativi previsti per l’inizio di Ottobre ancora sono in cantiere.
Mi parlassero di questo.
Allora forse, non ci sarà più bisogno di indignarsi così tanto di fronte a un dannato futuro che non c’è.
sabato 15 ottobre 2011
Indignados, 15 Ottobre 2011. La violenza di pochi non cancella il valore di tanti.
Io voglio parlare della signora ultraottantenne con la bandiera rossa sulla spalla e il bastone per camminare, del papà col bambino legato sul petto e della mamma col passeggino. Degli studenti che ballavano avanzando nel corteo. Dei nonni che lottavano per il futuro dei nipoti e dei nipoti che lottavano per la pensione dei nonni. Dei ragazzi e delle ragazze “col libro in mano”, come cantava Vecchioni. E degli stranieri che avanzavano nel corteo insieme agli italiani. Delle maestre, degli operai, dei professori,
Questa è la manifestazione di cui voglio parlare e sentir parlare. Perché a quest’ora della sera,quando restano solo gli spazzini a cancellare i resti di una giornata di cortei, l’indignazione si è duplicata.
Non è più rivolta solo verso le lobby dei potenti di turno. Ora l’indignazione è rivolta anche verso quelli che col volto coperto, sotto il nome di “black bloc” sono riusciti a sporcare di violenza una manifestazione pacifica, in cui i colori della pace sventolavano con orgoglio.
Erano centinaia di migliaia le persone che da Piazza della Repubblica avanzavano con consapevolezza politica e dignitosa civiltà. E solo poche centinaia quelle che avanzavano tra la folla con la violenza nelle mani, servendo su un piatto d’argento ragioni al Governo.
Diventa semplice, quando c’è l’alibi della violenza, condannare un intero movimento politico. Ora gli Indignados, per molti di quelli che non c’erano, altro non sono che i “delinquenti” della guerriglia di Piazza San Giovanni.
Quando invece, del Corteo di oggi, si dovrebbe ricordare il valore politico di protesta sociale pacifica.
Quello che è sceso in Piazza oggi a Roma, è uno spaccato di società. È quella parte di Italia che si è stancata di restare inerme di fronte a un Governo che a colpi di fiducia ha l’arroganza di ripresentarsi come legittimo e di fronte a un sistema economico, ahimè globale, in cui a pagare sono sempre i soliti noti.
È questa l’Italia indignata del 15 ottobre, in cui le frange estreme possono sporcare la protesta, ma non per questo rendere meno valida l’ondata di partecipazione politica che ha investito Roma.
Stavolta, di fronte a centinaia di migliaia di persone, sarà difficile parlare dei “soliti violenti”. E se Berlusconi, o qualche servo per lui, decidesse di trincerarsi dietro la scusa degli episodi di violenza di Piazza San Giovanni, dimostrerebbe per l’ennesima volta il patetico tentativo di eclissare le voci di protesta.
Io la manifestazione l’ho vista. L’ho vissuta. E di voci di protesta, pacifiche, ce ne erano tante. Tutte insieme. E sono sicura che non si spegneranno. No, stavolta non si spegneranno.
domenica 25 settembre 2011
Conversando sul prato

Il sole stava scendendo. Era quell’ora incerta d’estate in cui il tramonto accade per caso, e il sole corre a nascondersi perché spera di poter uscire il prima possibile.
Sull’erba leggevano in silenzio.
D’un tratto lei chiuse il libro e si girò su un fianco. Si tolse il fermaglio e il sole le arrivò tra i capelli. Si sfiorò le labbra, poi gli prese la mano e lui capì che stava per dire qualcosa.
Lui rimase in attesa.
Un respiro. Schiuse leggermente le labbra, quel tanto che bastava per illuderlo che stesse per iniziare. Ci ripensò.
Lui sempre in attesa.
Lei si tirò su, a gambe incrociate. E lo fissava, con quel sorriso furbo e timido che le illuminava il viso quando rifletteva. La sua mano tra le sue. La teneva vicino alle labbra.
Di lì a poco avrebbe tirato fuori qualche suo strano pensiero, come un fiume in piena. Lui lo sapeva e, dio quanto gli piaceva.
Infatti iniziò, tutto d’un fiato. Lo disse come se stesse mimando una storia, una storia veloce e scandita.
-Sai che pensavo?
Pensavo che siamo in bilico sul domani.
Con la certezza di un piede ben saldo a terra.
Col tallone pesante, la pianta aderente, la terra sotto.
E l’altro piede sospeso.
Che se guardi giù, vai giù. Se guardi giù cadi, è automatico.
Se guardi dritto vedi aria e cielo. Se guardi a terra vedi il tuo piede ben fermo.
Siamo così, in bilico. Dietro quello che abbiamo attraversato, comprese le spine e i sassi duri. A terra il piede ben saldo e di fronte la strada che non c’è.
E non c’è modo per uscirne. Si può solo stare. E stare al meglio su quel piede saldato.
Però si può trovare a chi dare la mano nel frattempo.
Così siamo sempre in bilico sul domani, ma in due.
Con la certezza di due piedi ben saldi a terra.
Coi talloni pesanti, le piante aderenti.
E gli altri piedi sospesi.
Ma nella mia mano, la tua mano. E siamo in bilico, ma in equilibrio.
È così che si può fare. Restare in bilico sul domani, ma trovare l’equilibrio con la mano nella mano.
Io penso che mi piace darti la mano sai? Penso che non mi interessa poi molto se davanti ho un precipizio, una strada lunga o una fune a cui appendermi. Perché posso starci in bilico sul domani, se tu oggi mi dai la mano.
Si, stavo pensando che possiamo proprio starci in bilico se ci diamo la mano.
E mi piace anche. Mi piace darti la mano. Tu che ne pensi?
Gli lasciò la mano e si rimise il fermaglio tra i capelli.
Lui la guardava.
Sorrideva e pensava che la mano gliel’avrebbe voluta dare tutta la vita, per strada, a casa, sull’erba, nel letto, al ristorante, in auto, sul tram, in aereo, in cucina, al mare, in montagna, pure in moto, pure al supermercato. Pure a lavoro gliel’avrebbe voluta dare la sua mano.
E pensava pure che lei era matta. Matta al punto da farlo impazzire con lei.
sabato 17 settembre 2011
Il piccolo uomo ricco che si comprò lo Stivale
C’era una volta un piccolo uomo.
C’era una volta un piccolo uomo ricco.
C’era una volta un piccolo uomo ricco e qualcuno dietro di lui che sapeva farlo parlare bene.
E c’era una volta l’Italia, uno stivale piantato nel mare.
Sullo scarpone montagne e città. Nelle città donne e uomini che imbastivano vite.
Il piccolo uomo aveva un sogno: comprarsi lo stivale, montagne e città comprese.
Cominciò a parlare, su uno scalino per farsi guardare da tutti.
Fu ascoltato. E fu eletto.
Cominciò ad entrare nella vita delle persone, senza chiedere permesso.
Comprò un Giornale, per chi sapeva leggere. E comprò una Tv, per chi non voleva pensare. Comprò una squadra di pallone, perché lo divertiva. Comprò una piccola città, per farla a sua immagine e somiglianza. Comprò i libri, per entrare nei pensieri.
Cominciò a comprare donne, usava soldi e favori.
Cominciò a comprare uomini, usava soldi e favori.
Cominciò a comprare sesso, usava soldi e favori.
Le donne e gli uomini, intanto sullo stivale, continuavano a imbastire vite.
Il piccolo uomo, intanto lo stivale, continuava a comprarselo.
Un giorno la Legge lo voleva arrestare.
Quel giorno il piccolo uomo ricco comprò la Legge.
Le donne e gli uomini, intanto sullo stivale, continuavano a imbastire vite.
Le donne e gli uomini, intanto sullo stivale, continuavano a imbastire vite.
Le donne e gli uomini, intanto sullo stivale, continuavano a imbastire vite.
Iscriviti a:
Post (Atom)